martedì 15 luglio 2014

Sacrificio


Il cielo è nero, il mare una distesa di grigio scuro e la sabbia è bruna, intrisa del sangue dell’uomo che ho ucciso.
Io ultima figura di un bianco smorto sull’orlo del nulla. Spingo lo sguardo fin dove può arrivare. Sfuggenti riflessi cobalto attraversano il cielo dove le stelle sono morte e il sole si è spento. L’orbita cieca della Terra si è arrestata, il magnetismo è collassato. é l’era dei cataclismi.
La banchina di pietroni si distende come un tentacolo abbandonato a bordo dell’acqua morta, putrescente. E nel buio non c’è luce, solo livide sagome di muretti e chioschi in lontananza e pochi segni del passaggio dell’uomo.
I miei passi sprofondano nella sabbia rossastra. Osservo il morto. Intravedo i lineamenti e la fisionomia. Nella mia mano stringo ancora la pistola.
In fondo tutto ciò che non vediamo non esiste. Quale uomo può esistere senza altri uomini? Al di fuori della società degli uomini cosa resta?
La Terra è un astro morente in un universo oscurato. La parabola mortale è arrivata al suo epilogo e non ci sono testimoni. Il grido muto della vita che svanisce si perde nel nero stellare, come polvere senza ritorno.
Come siamo arrivati a questo è difficile dirlo. Sembra una notte eterna che ingoia ricordi e realtà. Non si vede quasi niente attorno, ho dimenticato i colori e la luce.
Non resto che io. E anche ci fosse qualcun altro, non lo saprei e non farebbe differenza. è scesa la fine inesorabile su tutto ciò che conoscevamo. Il mondo è un’invenzione dell’uomo. Ora non resta che il buio. Abito il buio. Cammino nel nulla. è il tempo dell’indifferenziato e dell’immobile e silenzioso movimento di pianeti freddi, grigi e morti.
Non ricordo chi fosse l’uomo che ho ucciso. Forse era un amico, forse uno sconosciuto. Non so come sia arrivato qui, con me.
Mi ha chiesto di ucciderlo.
Gli ho domandato perchè avrei dovuto farlo.
Perchè morire senza che nessuno lo sappia è come non morire, ha risposto.
Non capivo.
Significherebbe smarrirsi nell’indifferenza di questo pianeta di ombre, ha cercato di spiegarmi.
Mi faceva male la testa e questi pensieri mi affaticavano. Non lo seguivo. lo vedevo a malapena e non distinguevo i lineamenti.
Sei solo stanco. E folle. Gli ho risposto.
No. Tu non capisci, ha detto. Noi stiamo svanendo, le nostre vite e i nostri ricordi stanno soffocando e prima che sia troppo tardi, prima che di me non resti nulla, voglio conservare il mio essere.
Non sono un assassino.
Non sei un assassino. Non lo saresti in nessun caso. Non esiste più un mondo, non esistono più leggi, non esiste più nulla. Posso fare da solo se preferisci.
Per un arco di tempo indefinibile abbiamo taciuto. Fissavo i paraggi, sforzandomi di distinguere qualche forma, cercando di ricordare qualcosa. Lui vicino a me.
Come siamo arrivati a questo? Ho domandato.
Non lo so, ma era una cosa che dovevamo mettere in conto.
In che senso?
Non siamo che uno dei molti pianeti nell’universo e non siamo che una delle molte forme di vita. Il nostro tempo è finito.
Siamo ancora vivi però.
Non per molto. E in ogni caso non fa alcuna differenza. Il mondo si è vestito a lutto e la cosa più ragionevole che possiamo fare è accettare la fine finchè è ancora possibile averne una.
Morirò anch’io, dopo che ti avrò ucciso, ho risposto.
Credo mi stesse fissando nel buio, quando mi rispose - no, tu non morirai davvero, è un lusso che non potrai permetterti. Perchè sarai solo, dimenticato e senza ricordi. Ti esaurirai, sparirai, ma la morte ti terrà lontano da sé.
Cazzate.
Non importa cosa pensi, sparami e basta.
Passò qualche istante. Alzai il braccio e puntai la pistola alla sua testa. La mano sembrava perdersi nel nulla circostante.
Il lampo dell’esplosione illuminò per un istante il volto dell’uomo e il grumo di sangue che si aprì dalla sua testa. Poi tornò il silenzio.
Questa è l’ultima storia che posso raccontare. è l’ultimo ricordo ancora vivo in me. Forse è l’ultimo lampo dell’essere umano che ero.

venerdì 6 giugno 2014

Le fortezze signorili si moltiplicarono e funzionarono come simboli e sedi di poteri di banno, poteri cioè di costrizione e di giurisdizione concorrenti con quelli di origine pubblica. Esse del resto imitavano un processo in corso nell'ordinamento pubblico stesso dei regni. Le fortezze, infatti, erette in numero crescente, a protezione territoriale, dagli ufficiali pubblici, conti e marchesi e duchi e loro agenti subordinati, acquistarono spesso una notevole autonomia rispetto al potere regio e divennero sedi di dinastie funzionariali fornite di una propria base fondiaria, in questo modo assumendo un carattere signorile analogo a quello delle signorie ecclesiastiche e laiche in via di formazione spontanea. 

martedì 20 maggio 2014

La fortezza



La città contemporanea è evanescente, non sembra avere confini reali, si disperde ed esaurisce nei dintorni al di là della periferia sfuggendo verso qualcos’altro di ancora indistinto. Più la città s’ingrandisce, più questo carattere di vacuità si amplia, fagocita ciò che sta intorno. È ormai abituale l’argomentazione che dice che questo è il naturale evolvere delle cose, la globalizzazione porta con sé l’appiattimento dei luoghi e delle popolazioni; è quindi normale lo slittamento della realtà cittadina verso qualcosa di astratto e impalpabile. Il senso di appartenenza gradualmente si esaurisce. L’identità di una città, e quindi di coloro che la abitano, si disperde e disgrega a causa dello sfiguramento demografico, architettonico, sociale. Quello che vale per le città, vale naturalmente per gli Stati. Non esistono confini né frontiere reali, non esistono distinzioni e tutto è diventato valutabile secondi astratti canoni economici.
In questa che è la realtà quotidiana della maggior parte degli europei oggi, il senso di appartenenza viene meno. Il fondamentale istinto territoriale viene estirpato dai processi universalistici e, con lo sradicamento, si ha anche uno svuotamento della forza. Oggi si elogiano ovunque i deboli, gli arrendevoli e gli insicuri e le caratteristiche autentiche dell’uomo virile e virtuoso sono messe in secondo piano se non discreditate. Alla forza tranquilla si sostituisce l’arroganza, alla cultura si sostituisce il nozionismo take-away. Un uomo che non senta di appartenere a niente e a nessuno – magari neppure a se stesso – non ha identità e non ha doveri. Questo uomo, che riflette i caratteri della maggioranza delle persone oggi, crede di essere libero perché tutto gli è concesso, ma è soltanto un cagnolino impotente a cui è stato tolto anche il ruolo di guardiano della casa e del suo padrone. È un cane che non serve a nulla.
Perciò la protezione della città e della popolazione è demandata alle forze dell’ordine e alle cure dello Stato. Ovunque la gente si lamenta di questo e di quello e tutti saprebbero fare di meglio degli apparati burocratici incaricati di occuparsi della vita di ognuno, ma nessuno fa niente perché nessuno ha il coraggio o la forza interna e fisica per farlo. Basterebbe molto poco per cortocircuitare il sistema imperante, il suo controllo pervasivo e il suo condizionamento. Bisognerebbe però assumersi le proprie responsabilità agire attivamente, sorgere come uomini e guerrieri.



Esistono ancora cittadelle costruite all’interno della cinta muraria di fortezze medievali. Attorno al perimetro collinare scorrono sottili torrenti e ponti di legno e pietra collegano i punti chiavi della cittadina con l’esterno. Le mura delimitano, proteggono e racchiudono una ricchezza identitaria fatta di storia, cultura, fatti d’arme. L’istinto immediato è quello di percepire una grande coesione, il pulsare di una vita autentica nelle vie di acciottolato e nelle piazze su cui dominano i campanili e i bastioni turriti. Anche le abitazioni rispecchiano questa realtà contenuta e ristretta, i tetti rispettano l’altezza delle torri di guardia e la vita quotidiana assume un ritmo sconosciuto alle città più grandi e dispersive. Forse è solo un’illusione momentanea, o il richiamo romantico di epoche andate, eppure l’estetica e la potenza delle cinta murarie trasmettono ancora un senso di radicamento territoriale assente altrove.
La fortezza è il simbolo della grandezza europea. In essa si riuniscono l’autorità, la forza, l’ingegno e l’arte che dominano le campagne circostanti. La forza militare che la domina è una forza appartenente al territorio, gli uomini in armi sono i difensori del perimetro e i garanti della prosperità cittadina. Già Platone assegnava ai Guardiani un ruolo fondamentale, allo stesso modo le milizie medievali conservarono un peso politico decisivo. L’uomo in armi, quale sia il suo rango, è l’uomo che ha potere, è l’uomo che può decidere e modificare la realtà delle cose. L’uomo disarmato dipende dagli altri, è in balia degli eventi. Il margine reale di libertà di ciascuno si misura quindi nel grado di indipendenza dall’autorità costituita, dalla capacità e dalla volontà cioè di fare da sé, di difendere il proprio territorio e la propria libertà. Forza e virtù sono appaiate.

La realtà più concreta e viva a cui l’uomo di oggi possa sentire di appartenere è la propria comunità di simili, la propria famiglia, il clan. Nella società globalizzata e senza confini, è nel ristretto e nel limitato che si può riscoprire l’autentico legame, l’identità profonda e una forza solidale e vitale. Una comunità costruita sull’esercizio della disciplina interiore e fisica, radicata in un luogo custodito e difeso gelosamente. Si comprende allora il senso dell’abitare una fortezza o un bastione che, come un faro, si staglia su una realtà quotidiana grigia e disgregata. Una moderna fortezza con le sue leggi e i suoi ordini, l’origine di una realtà differente dall’attuale, una crepa nel grigiore monolitico del mondialismo dominante.


lunedì 27 gennaio 2014

Rito e appartenenza




Im Anfang war die Tat
Goethe, Faust

Accade spesso di considerare la propria esistenza – non: vita – come una noiosa ripetizione di cose già fatte. Così la parola week-end assume un significato tutto particolare, in sé sembra custodire una ricchezza quasi inesauribile di possibilità, svago, rottura della routine. Il lavoro, per chi lo ha, diventa una catena in cui non ci s’inserisce come un forte anello dal fondamentale ruolo di collegamento a fianco degli altri, ma come polvere ferrosa senza alcuna funziona effettiva. Perciò si cercano la “liberazione”, la fuga e il divertimento.
Eppure neanche gli svaghi del fine settimana, le notti bianche, i locali notturni, i grandi eventi sportivi, le vacanze costose e quant’altro bastano a colmare la inesauribile sete di relax e distrazione dell’uomo del XXI secolo. Cosa c’è di sbagliato in tutto questo? Perché questa insoddisfazione, nonostante la vasta scelta e la libertà da ogni vincolo?
Qualsiasi essere umano che abbia riflettuto ad un certo punto sulla propria condizione si sarà reso conto di sentire la mancanza di qualcosa di profondo, reale, concreto e duraturo – un qualcosa che non può essere fornito dal centro commerciale di fiducia o dal barman di turno. Questo qualcosa è il ruolo comunitario a cui ciascuno, in fondo, aspira. Avere un ruolo significa avere una funzione, avere una funzione significa avere doveri e responsabilità; avere doveri e responsabilità significa dover rispettare regole e leggi, spesso non scritte.
La ricerca scomposta dello svago e del tempo libero più che una conquista è una perdita, una caduta. Per l’uomo antico, come anche per quello medioevale, riposo e divertimento erano parte integrante di una precisa scansione temporale ciclica, all’interno della quale il lavoro e la tradizione erano pilastri portanti. Se oggi si fa un gran parlare di diritti di ogni genere, l’autentico spirito europeo si è nutrito di doveri, piccoli e grandi compiti da assolvere, obbiettivi da raggiungere – anche impiegando generazioni.
La scadenza temporale delle festività della fertilità o le rappresentazioni tragiche elleniche, per esempio, erano momenti fortemente rituali, in cui la comunità dei pari si riuniva e si ritrovava nel rispetto delle consuetudini tradizionali e delle leggi non scritte della comunità. In questo modo si riannodavano i legami di solidarietà, la memoria delle proprie radici nel mito originario e si dava nuovo vigore alla volontà operativa del popolo.
L’incapacità dell’uomo di oggi di reggere lo stress ne dimostra a tutti gli effetti la debolezza e l’inadeguatezza. È l’erede delle lotte sociali, delle battaglie per i diritti, dell’utopia dell’uguaglianza globale e della diffusione capillare della tecnologia, ma è incapace di reggere responsabilità e fatica senza il supporto di medicinali, psichiatri e personal coach. A cosa sono servite le battaglie per i diritti? Cosa resta nelle mani degli europei quando la marea del benessere consumistico si ritira? Sulla sabbia restano solo i gusci di un’eredità sepolta e sbiadita che possono e devono essere ricostruiti e resi nuovamente vivi, affinché si torni a vivere in accordo alla natura virile sorta dall’aurora europea.
L’illusione assai diffusa è che la libertà consista nel poter fare ogni cosa quando lo si desidera, senza doverne pagare le conseguenze. Qualcun altro si prenderà la responsabilità dell’errore. Il vuoto lasciato da questa concezione della libertà è però evidente e fortemente diffuso. L’autentica libertà è qualcosa di diverso da quanto oggi si crede, la libertà si realizza dell’orgoglio del proprio ruolo e della propria responsabilità, nella ricerca costante della virtù.
Abilità, conoscenza, responsabilità, intuito sono tutte parti di un mosaico che compone l’azione concreta ed efficace. L’uomo europeo è l’uomo d’azione, perché nell’agire egli realizza la sua capacità creativa e operativa, il suo grande orgoglio è la sua opera. Perciò l’inoperosità e l’ozio a cui nel XXI secolo invitano la TV e le giornate al centro commerciale sono l’esempio lampante dello sradicamento dalla realtà vitale dell’essere umano e del mondo.
L’essere autentico dell’uomo deve addestrarsi alla tensione, rafforzando le proprie debolezze, smussando la pigrizia, mettendo a tacere il disfattista che è sempre in agguato in ogni persona. Ridurre all’essenziale i propri bisogni, raffinare e indurire il proprio essere, giungere al nucleo vitale e pulsante della vita e comprendere così a fondo e realmente il proprio compito, il proprio destino, per conquistare la libertà virtuosa del dovere.
Ogni essere umano è un anello in una catena. Ogni catena è forte quanto il suo anello più debole. Perciò ciascuno che sia parte di una comunità dovrà addestrarsi alla forza, al miglioramento di sé. Imparare ad essere lucidi e operativi al massimo grado sotto pressione, autocontrollo e disciplina. La libertà sorge dal controllo di sé e dei propri bassi impulsi. Così si comprenderà il significato dell’azione che crea l’opera.
Il significato dell’azione è spiegato dal mito. Il mito autentico fonda la visione del mondo di un popolo e fornisce i significati alle idee e alle parole, apre alla comprensione dell’ambiente circostante. In ogni mito l’eroe fondatore (Beowulf, Sigfrido, Eracle, Achille, Enea, Chuculainn, Aragorn, Conan, Harlock, Faust, Macbeth…) agisce e si fa carico della piena responsabilità delle proprie azioni. Se così non fosse non assolverebbe la propria missione, se così non fosse non avrebbe destino. In tal modo il mito diventa l’eredità primordiale della civiltà di riferimento, su di esso sorgono città e villaggi, regni ed eserciti. Attorno ai significati espliciti e reconditi del mito originario si raccolgono le norme non scritte che dettano per secoli la vita comunitaria. Quando la memoria va esaurendosi e i tempi declinano, allora nasce l’autentica scrittura che primariamente è affare religioso e rituale, opera di tradizione, cioè di conservazione e ripetizione del racconto fondativo che rischia di essere dimenticato.
È chiaro dunque che l’azione è prima di tutto un rito. Nel rito si raccolgono significato e significante, memoria e attualità. Ogni azione richiama, in qualche modo, il significato antico e primitivo tramandato dal mito. Solo la distorsione del linguaggio e la dispersione dell’autentico senso delle cose può provocare l’offuscamento e lo smarrimento dell’autentica azione.
La ricerca scomposta della distrazione mette davanti agli occhi la realtà dei fatti: il vuoto di senso. La risposta a quale sia il proprio ruolo e il significato della propria vita è, nella stragrande maggioranza dei casi, mancante. Affinché nuovi legami si stringano e nuovi (ma antichi) significati tornino a dare forza e spinta all’essere umano, è necessario che i fuochi dell’antico asse mitico europeo tornino ad ardere. In quanto è stato tramandato e che ancora viene custodito nascostamente nel linguaggio (pensiero e azione), sopravvivono le radici primordiali. Nel rito e nel simbolo l’uomo ritrova significati autentici e l’unione comunitaria e solidale di cui sente il bisogno. Nell’azione rituale si creano le condizioni per uno stile di vita estraneo a quello attuale, una cerchia di uomini legati tra loro da lealtà e riuniti attorno a un simbolo e alla stessa visione del mondo.
Questi sono sempre stati i fuochi da cui hanno avuto origine le nazioni e le civiltà. Sangue e suolo.

lunedì 2 dicembre 2013

I segni del combattimento






Nella condizione di pericolo l'uomo riscopre il senso di appartenenza. E' nella minaccia che i legami si rinsaldano e sorge la comunità.

Il cacciatore è il simbolo della forma umana che stà all'inizio della civiltà europea. Il primo homo europeaus fu cacciatore. In questa forma di vita si racchiudono il superamento di sé, l'esplorazione e la conquista e le basi della guerra.

Teseo fu re perchè sconfisse il lato cupo e bestiale di sé. Questa è la sfida di ogni guerriero.

La schiavitù è un principio astratto. Lo schiavo nella sua condizione concreta non sente il peso del giogo, più di quanto sentirebbe il peso di una libertà acquistata, di cui non saprebbe che farsene. Il giogo gli garantisce un ruolo e un'importanza.

La spada è il simbolo delle schiatte eroiche, così come l'ascia bipenne. Dove appare l'ascia di bronzo lì compare un nuovo modo d'intendere l'uomo e il mondo.

La vita è una vertigine all'interno della quale o si sprofonda o ci si innalza.

lunedì 25 novembre 2013

Piantare il seme

Ciò che sta alla radice di ogni cosa è il suo fondamento più nascosto e autentico. Il fondamento dell'agire dell'uomo e del suo pensare sta nel linguaggio, nei significati a cui non è possibile dare voce, se non nel modo imperfetto della parola e dell'atto.
Attraverso il mito l'uomo ha reso comprensibile il mondo e ha aperto le possibilità di azione nell'ambiente circostante. Il mito è non solo racconto, ma rito, cioè azione, che spiega e dis-piega il mondo nella sua autenticità.
Al fondo dell'essere umano sta quindi la capacità di pensare, di comprendere, di cogliere i significati e di essere a sua volta un significante. Tutto questo è raccolto, essenzialmente, nel simbolo.
Il simbolo è quel segno che si carica di significati comprensibili solo da coloro che compartecipano della sua realtà significante. Il simbolo ha dimensione storica ma la trascende - indica sempre un oltre che è però anche sempre presente e in potenza. Il simbolo è all'origine della scrittura. Le rune sono simboli carichi di potenza magica, cioè di capacità di "presa" sul reale: autentica comprensione.
Ecco, è possibile trasmettere idee e significati, modificare l'agire dell'uomo attraverso un processo di trasmissione di significati molto semplice ma talmente radicale e profondo che non viene spesso neppure percepito. Si tratta di "piantare un seme".
Questo avviene ogni qual volta introduciamo un'idea, un argomento, un modo di operare, attraverso l'allusione, l'accenno o l'esempio attivo. Non discorsi e dimostrazioni, ma lampi, squarci sul reale, brevi rotture che nella loro efficacia stupiscono ma si dimostrano operative.
Piantare un seme significa trasmettere pensiero e azione nel modo più profondo, attraverso un processo di crescita graduale che richiede tempo ma può dare frutti più solidi e duraturi di passioni e coinvolgimenti momentanei. E' possibile sperimentarlo sui bambini. Questo sistema di significati e comprensione è basilare, semplice nella sua provenienza originaria e aurorale. Attraverso di esso si è trasmessa la Tradizione. Nel silenzio agiscono le forze più profonde, radicali ed efficaci.
Il seme raccoglie le sue potenzialità evocatrici, primariamente, nel simbolo. La semplicità e l'essenzialità stratificano aperture di lungo respiro.

giovedì 24 ottobre 2013

Il conflitto delle mitologie






Secondo Nicolas Gomez Davila “La storia è un conflitto più tra mitologie che tra brame avverse”. Dire che la storia è una lotta tra mitologie opposte significa ripetere quello che Nietzsche diceva con parole diverse, e cioè la storia è il conflitto di opposte volontà di potenza.

L’Europa oggi è sorretta da un mito estraneo, un mito che ha offuscato la grandezza della civiltà europea a favore del benessere Occidentale. I miti di oggi provengono da lontano e le loro origini vanno collocate in un seme comune che ha germogliato e si è diffuso ovunque come l’erba cattiva. Alla luce di questo è necessario svelare i punti cardine di una riscoperta dell’autentica essenza storica europea e quali possano essere le coordinate da seguire per un suo risveglio.

Il mito iperboreo ha avuto infatti molteplici espressioni storiche, siano esse politiche, culturali, estetiche e quant’altro. Il fatto significativo è però che la sua influenza non ha cessato di agire nel tempo ed anzi nel corso della storia ha saputo provocare delle irruzioni, delle rotture temporali, di entità più o meno vasta e di peso più o meno significante. Il pensiero va alle invasioni barbariche, al Rinascimento, al Romanticismo fino ai Fascismi. Momenti di risveglio comunitario.

Il mito è infatti una forza storica, esso è il linguaggio originario che influenza e dà forma al pensiero e all’azione. Il mito non solo è chiarificato dalla storia, ma è appunto esso stesso un elemento storico, il mito infatti guida gli eventi e li spiega a un grado di comprensione più profondo.

La riscoperta delle radici autentiche richiede una riscoperta del mito originario, attraverso una tale opera di scavo può prepararsi la rigenerazione della storia. 
I pilastri attorno a cui progettare la propria azione sono due: il clan e la famiglia. Essi sono alla base della fondazione di ogni civiltà originaria indoeuropea e solo nel momento in cui, potenti e vitali, si ritrovano congiunti stringono un legame fondativo. Il destino si compie su basi ontologiche radicate in un luogo e in un mito: idee senza parole, agire intuitivo. 

lunedì 21 ottobre 2013

18.X.2013 Il risveglio del Mito indoeuropeo


L'incontro tenutosi venerdì 18 ottobre 2013 presso lo Spazio Ritter di Milano assieme a Luca Leonello Rimbotti e Maurizio Rossi è stata l'occasione per ribadire delle idee fondamentali per la nostra azione quotidiana.
Alla base di un eventuale risveglio dell'uomo europeo autentico ci dovrà essere il riconoscimento automatico e naturale del mito integrale a cui si appartiene. Perciò il legame con la propria terra e l'essere di buon sangue sono aspetti decisivi.
La decadenza si vince nella prospettiva di vigorosa affermazione del mito gioioso e vitale della forza e dell'onore, di contro alle cupe storture di oggi che nulla hanno a che fare con l'autentico spirito europeo.
Movimenti politici e culturali del passato hanno spezzato la continuità storica e hanno mostrato l'irruzione più o meno riuscita dell'autentico mito indoeuropeo. Sono una riscoperta e una attualizzazione della memoria della stirpe può preparare una rigenerazione della storia. L'origine sta davanti all'uomo dalla lunga memoria e dalla desta capacità operativa.
Ritorna l'era dei clan e del nucleo famigliare, i pilastri fondativi di ogni civiltà. L'azione si purifica nella meditazione e nell'incontro con menti lucide, evocatrici di prospettive storiche ulteriori e potenti.
Ad majora!

sabato 5 ottobre 2013

I segni del combattimento

Sul tatami non puoi mentire neppure a te stesso.

Sei quello che fai. Non le parole ma le azioni contano.

Lasciare a ciascun il proprio cammino e le proprie scelte, osservare e imparare. Ogni storia è una lezione.

Chi è consapevole della sua forza non sente il bisogno di sfoggiarla. La custodisce e la risparmia per il momento di reale bisogno.

La paura del dolore o della severità nasconde una fragilità interiore irrisolta. A una serena accettazione della disciplina e della durezza si accompagna la saldezza di carattere.

Un uomo non deve fidarsi più di una donna che di un uomo. Mutevole come l'acqua è l'animo femminile, indissolubili sono quei legami che nel tempo saldano tra loro gli uomini. Pochi amici ma fidati e provati dal
tempo.

L'onore personale si regge sulla parola data. Nell'impegno preso e nel suo adempimento si mostra il valore di un uomo.

venerdì 4 ottobre 2013

L'uomo è un albero

L’essere umano è come un albero. Questa semplice verità era ben nota
agli antichi popoli europei e si rifletteva nella religione, nella vita
comunitaria e nel lavoro.
Con il Neolitico avviene una svolta decisiva nella storia dell’uomo con
la nascita dell’agricoltura. Avviene un cambiamento radicale nel modo di
stare nel mondo e cambia anche la percezione dell’ambiente circostante.
A differenza delle altre specie animali, l’uomo ha una particolarità
specifica, egli non soltanto vive in un ambiente, ma lo abita. Abitare e
costruire sono due fondamentali componenti dell’essere umano e della sua
stessa ‘natura’.
I gruppi umani che da nomadi divennero stanziali iniziarono a sviluppare
un’organizzazione di tipo comunitario. Da un’economia di caccia e
raccolta si passò in modo naturale e spontaneo alla fondazione di
villaggi agricoli. Fondamentale a questo proposito è lo sviluppo delle
abilità creative umane. La capacità di progettare e costruire, tracciare
il perimetro ed erigere un’abitazione, costituiscono le basi
fondamentali dell’esistenza autentica dell’essere umano. Al di fuori
della vita comunitaria, al di fuori della compartecipazione attiva,
esiste solo l’individualismo.
Se l’essere umano non si fosse organizzato in gruppi organici, in cui
ciascuno assolveva a una funzione assegnata, se non avesse sviluppato
appieno le possibilità del suo essere nel mondo, la specie umana sarebbe
rimasta allo stato preistorico puramente animale.
Il rifiuto della compartecipazione attiva, delle gerarchie naturali e
delle funzioni comunitarie non ha il senso di una liberazione, ma è un
arretrare rispetto alla pecualiarità umana e al suo destino. Aristotele
sosteneva che l’uomo è un animale politico, cioè è portato naturalmente
e sin dagli albori alla vita in comune. Il rifiuto di qualsiasi forma di
organizzazione sociale porta a una forma di libertà dell’individuo che
si riduce infine a egoismo, narcisismo e sterilità.
Tracciare il perimetro del proprio clan e della propria comunità diventa
l’atto fondamentale che serve a distinguere noi e loro, l’ordine
concreto degli uomini dal caos della natura. Natura che ogni agricoltore
conosce nella duplice veste di madre e distruttrice. Essa da frutti ma
anche aggredisce continuamente le costruzioni e i solchi tracciati
dall’uomo, il quale è impegnato in una costante lotta con gli elementi.
Da quanto detto si capisce il senso dell’insegnamento antico. L’uomo è
un albero. Cresce e da frutti quando è radicato in un territorio.
L’organismo prospera ed è sano quando compartecipa del mondo
armonicamente, in un equilibrio sempre minacciato. Perciò l’uomo
attraverso la sua opera primordiale ha conosciuto il significato del
prendersi cura dei suoi simili e dell’ambiente circostante, inserendosi
attivamente in un equilibrio naturale e del tutto spontaneo.

sabato 25 maggio 2013

I segni del combattimento



Ho capito che la verità del mondo si trasmette al corpo. Chi poco ha vissuto parla molto, la vita insegna sintesi e chiarezza.

La lama spacca il legno, conficcato nell'albero il pugnale si erge verso il cielo. Verticale è il cammino della guerra.

Spezzare la pigrizia, rompere la monotonia, abbandonare i piaceri del mondo moderno. Lo sforzo più difficile per ogni uomo oggi.

Roccia, acqua, foglie e vento, la sferza della natura affronta la corazza dei muscoli, la forza della salute. Come una nave nella tempesta il corpo viene scagliato nella prova più dura, superare i propri limiti, darsi una forma.

L'essenziale non è l'estetica, l'essenziale è rispondere nel migliore dei modi al proprio compito. Questa è la bellezza suprema.

L'offesa più grande che si può fare a un corpo forte e sano è costringerlo all'inattività, rinchiuderlo, domarlo, placarne la potenza con melliflui discorsi sulla vita tranquilla. La potenza vuole azione.

Non si può mentire a se stessi. Non si può mentire alla natura.

martedì 7 maggio 2013

Nuclei di nuova vita

Il sistema democratico attuale è con tutta evidenza il governo di pochi ricchi e potenti su moltitudini impotenti. Il mezzo con cui la politica oggi neutralizza ogni possibilità di azione e di reazione è la delega. Attraverso la pratica capillare e abitudinaria della delega il cittadino si sente protetto e curato nei suoi interessi dal sistema, quando in realtà viene sollevato da ogni concreta capacità di svolgere un ruolo attivo nel mondo. La democrazia ha quindi conseguito al massimo grado il livellamento dell’essere umano, annientando le differenze legate alle competenze e ai ruoli nella comunità, poiché non esiste più una comunità ma soltanto una società di singoli individui.
La politica democratica è conservatrice perché compie tutti i passi possibili e necessari al rafforzamento del sistema e alla sua diffusione, è progressista perché annienta le tradizioni e le differenze essenziali. La prospettiva con cui la democrazia guarda al passato distorce ogni cosa a suo uso e consumo, perciò tutto quello che nell’ambito politico non può essere considerato utile al modello imperante finisce col cadere nella poco chiara classificazione di “dittatura” o “tirannia”. Senza però chiarire a fondo cosa queste parole significhino e cosa, nel momento storico preciso di cui di volta in volta si tratta, realmente significassero. L’interpretazione del passato deve sempre tenere conto del punto di vista degli uomini dell’epoca, e non  fondarsi esclusivamente sulle norme morali dell’osservatore contemporaneo.
In quest’ottica, qualsiasi reale concezione di comunità finisce per essere considerata una minaccia al sistema politico imperante. Ovviamente esso tenterà di infiltrarsi con la sua morale, il suo linguaggio e le sue idee, e infine farà di tutto per riassorbire all’interno del suo meccanismo ogni nuova potenziale anomalia. Non sono possibili compromessi.
La necessità di affrancarsi dal controllo e di poter prendere le decisioni che contano in prima persona è un impulso che viene sempre più sentito in quelle fasce di popolazione che per il lavoro faticoso, lo stipendio basso e le condizioni di vita talvolta difficili, non si sentono di dover essere grati in nulla al sistema attuale.  I suoi errori e le sue infinite falsità saltano gradualmente agli occhi, e in un modo o nell’altro uomini e donne tentano di affrancarsi dalle leggi e dalla morale facendo da sé, dandosi una propria legge.
Il bisogno più forte e a cui si tenta di dare risposta è quello di sentirsi parte attiva del mondo in cui si vive,  avere un ruolo e uno scopo. Gli esseri umani secondo la visione ugualitaria non possono in fin dei conti avere ruoli che non siano intercambiabili, nessuno è indispensabile e ognuno è un numero. Al contrario, all’interno di una comunità ciascuno svolge una funzione a seconda delle proprie capacità. Questa è l’applicazione della norma romana suum cuique, a ciascuno il suo. Questa è la reale giustizia. Perciò si parla di comunità organica quando, come in un organismo sano, ogni parte compie il suo dovere coordinandosi col tutto e secondo le direttive della testa.
Il clima dispersivo e individualista delle città certo non aiuta, per questo spesso la ricerca di un diverso modo di vita si accompagna a un risveglio di una dimensione estranea alla civilizzazione quale oggi la conosciamo. È il risveglio del selvaggio e dell’arcaico, di ciò che resta in attesa nel profondo dell’essere umano sottoforma di istinti, intuizioni, idee. L’uomo traccia il perimetro della sua nuova legge, del suo mondo da cui la civilizzazione resta esclusa e all’interno tutto ruota attorno a un nucleo ristretto: la famiglia o il clan.
L’arcaismo del Centurion Method rende obsoleto lo stile di vita capitalista e l’accumulo della ricchezza improduttiva a cui siamo abituati. L’insegnamento chiave, comprensibile a chi davvero voglia rivoltarsi contro il mondo contemporaneo, consiste nel ridurre ogni cosa all’essenziale - l’uomo e il suo mondo. Un ritorno attivo all’origine, una restaurazione dell’ordine guerriero e dei legami comunitari concreti. In questo consiste il nichilismo attivo che distrugge la civilizzazione a favore di una barbarie forte e vitale. Se un sistema è un meccanismo, una comunità è invece un organismo - é una forma di vita che può crescere e potenziarsi. 
E l’unico modo per non cadere nella trappola della piccola politica degli insetti affaristi, dei finanzieri e degli usurai affittuari è un distacco totale dalla politica di oggi, per costruire a partire dall’essere umano, a partire dal suo spirito. Il mutamento inizia all’interno per poi riflettersi all’esterno. Perciò il CM è una filosofia attiva, una dottrina dello spirito e del corpo, dove l’uomo viene riscoperto come un tutt’uno e dove non esiste più la dualità cristiana. Una superiore unione dei due elementi è possibile e grazie a questa avviene il superamento della condizione attuale.
Riunirsi in luoghi abbandonati o in zone selvagge, stabilire degli avamposti in cui condividere l’allenamento o momenti di vita insieme, allevare una nuova forma di vita umana, queste sono le necessità che specie la cosiddetta working class sente dentro di sé. L’importante è partire, iniziare un percorso, facendo nascere i piccoli potenti nuclei che a macchia di leopardo si diffonderanno nel mondo decadente di oggi. Saranno i fuochi della rinascita.
Come stormi di uccelli che lasciano il nido per andare in terre lontane, rigenerarsi e trovare climi migliori, così questi gruppi di uomini si allontaneranno dalla civiltà per ritemprarsi e ritrovare se stessi. Fino al giorno in cui faranno ritorno, per rivendicare il regno che gli appartiene.