sabato 17 maggio 2008

Quando il resto fallisce...



Volendo canzonare una pubblicità, la potenza è nulla senza controllo.
La presenza in ciò che si fa è sempre alla base di un agire costruttivo e consapevole, un fare che non è trascinato dagli eventi e dalle emozioni, ma che è il frutto di una volontà sovrana ferma e decisa.
Irrompe in un istante un lampo che indirizza l'uomo, che lo costringe verso un qualcosa da raggiungere, si annuncia una sfida, uno sforzo, contro se stessi, per il potenziamento. E' qui che davvero compare una selezione qualitativa degli istinti e dei voleri di ciascuno: gerarchia della volontà, controllo su sè e realizzazione attiva.
La potenza si giustifica da sè per sovrabbondanza. Non ha bisogno di parole per giustificarsi, essa è qualitativa.
Quando l'aristocrazia qualitativa abdica al suo ruolo, perde il senso della differenza, si smarrisce e non sa più controllare se stessa, allora il numero, il mondo della quantità, ha il sopravvento e schiaccia, stritola guidato dall'invidia. Trascina chi sta in alto nella polvere fino a calpestarlo.
Ma la consapevolezza, la presenza e l'attenzione, l'impassibilità sono il fondamento vero di ogni differenziazione, di ogni atteggiamento sano e aristocratico. La potenza può allora sprigionarsi e inevitabilmente prevalere, quanto meno sottoforma di preservazione e conservazione.
Oggi tutto fallisce, unica risposta è un nichilismo attivo, è il risorgere della potenza.

domenica 4 maggio 2008

domenica 13 aprile 2008

Al di là del bene e del male



Che cos'è la felicità? La sensazione che la potenza cresce, che si sta superando una resistenza. (F.W. Nietzsche, L'anticristo 1888)

Un problema costante che si pone l'uomo è la distinzione in bene e male. E' piuttosto condivisa l'idea che vi sia un "bene" universale e, di conseguenza, un "male" universalmente riconosciuto. In realtà le cose stanno diversamente, ed è la vita stessa a contraddire nella sua disarmante semplicità questa credenza frutto di poca profondità.
E' davvero semplice e rassicurante dirsi a vicenda "questo è bene e questo è male", segnare un limite a ciò che si può fare (o si deve...) e indicare quindi ciò che bisogna evitare. La morale nasce inevitabilmente dalla distinzione in bene e male, ma la morale, il concetto stesso, si pretende universale e perciò intende omologare gli uomini al di là delle differenze sotto dei principi "superiori".
L'uomo tende certamente a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ma ogni buona concezione della vita, ogni sana idea dell'uomo, non concepisce nè l'idea di bene come un qualcosa di immutabile e assoluto, nè tanto meno come un qualcosa di condiviso da ogni uomo.
L'idea di bene - da cui discende conseguentemente anche la definizione di virtù - è frutto di una visione delle cose, sgorga dalla spontanea visione dell'uomo, dalle sue esperienze. Slegare l'idea di bene dalla vita, dall'esperienza, significa farne pura teoria e astrazione, quando invece ogni popolo vitale e solare, ha sempre ritenuto "buono" solo ciò che rendesse forte e sana la vita. Non tutti gli uomini hanno la stessa idea di bene, e non tutti quindi condividono la stessa scala valoriale. Ma sostanzialmente le visioni dell'uomo sono due:
coloro che vedono nella vita una sofferenza, una caduta che va espiata, un peccato o comunque una valle di lacrime e credono che l'uomo sia sempre affetto e perseguitato dalla malattia (ad es. Freud). Gli altri invece vedono nella vita l'espressione di una forza e di una potenza, della natura profonda dell'uomo, la sua creatività realizzata e la sua sfida incessante alla natura. Vedono nell'uomo un qualcosa di sano e che tende alla potenza. (ad es. Nietzsche, Spengler, Faye).
La seconda concezione colloca la vita al di là del bene e del male. Non perchè l'uomo non scelga e definisca di volta in volta in modo arbitrario ciò che è per lui bene, ma perchè riconosce e rispetta il primato della vita su ogni teoria, afferma il primato della potenza che si esprime nel mondo attraverso l'uomo.
La potenza esprime la tensione a nuove sfide, l'innarrestabile avanzata dell'uomo storico sul suo cammino, conferma una scelta, e si distende sulla superficie circostante spazzando via con la sua forza ogni teoria preconcetta. La potenza vitale è al di là del bene e del male perchè è e non può essere contestata, trattenuta o frenata, essa esprime la pura energia primordiale.
La potenza si espande sul piano orizzontale, come un impulso scaturente dalla volontà dell'uomo. Come una goccia che cada su una superficie immobile e piatta d'acqua. Al suo tocco l'acqua s'incresperà e forse tracimerà dal contenitore.

venerdì 11 aprile 2008

La nostra sfida



Ci troviamo calati in una realtà problematica, in cui si sente il peso della crisi in ogni aspetto della vita. A problemi fondamentali non si sanno trovare risposte e il senso di inadeguatezza cresce. Soluzioni tampone e temporanee non riescono, ovviamente, a recuperare le cose. Siamo in attesa.
Ma mentre aspettiamo - Godot? il messia? l'Avatara? - il tempo passa e la nostra civiltà si sgretola lentamente per la nostra incapacità, sopratutto per carenze culturali. Abbiamo paura della tecnologia e delle sue conseguenze? Non siamo arrivati sino a questo punto casualmente, se è vero che esiste un destino. E solo chi ha un destino rovina. Ed è meglio rovinare che attendere che qualcosa accada.
In realtà, nelle situazioni estreme emerge anche l'elemento salvifico, quella luce che traghetta fuori dall'oscurità. Ma per giungere a questo punto bisogna prima spingere gli avvenimenti e la storia alle estreme conseguenze, dire sì al proprio destino, all'accumularsi di scelte e passato, e farlo esplodere nel momento decisivo. L'uomo si sente inadatto alle sfide attuali? Ebbene, Nietzsche lo disse chiaramente, l'uomo è un qualcosa che dev'essere superato. Se la volontà stessa dell'uomo storico l'ha condotto sin qui, allora farsi carico di quella scelta significa accettarne le conseguenze. Spingere ad un superamento di sé l'uomo, trovare il punto in cui egli divenga capace a sostenere le sfide del futuro.
L'uomo che sappia davvero comprendere la tecnica, non è chi la rifiuta, ma è chi la coglie come un destino e se vogliamo una missione che va rinnovata. E', in fondo, nel suo DNA: già l'utilizzo della mano anticipa all'alba della storia il futuro più lontano.
La radice dei problemi contemporanei è il nichilismo che, si dice, si lega alla tecnica. Sembra davvero vile e incapacitante, a questo punto, non trarre le estreme conseguenze. Mancano i valori, l'osservazione scientifica ha nullificato il mondo? Non sembra davvero giustificabile l'attesa, ma è forse meglio progettare un avvenire, un progetto costruito sulal volontà di accettare e scegliersi un destino.
Si vuole annullare la tecnica? Allora si azzeri davvero quanto ottenuto fino ad oggi per arrivare a un mondo alla Mad Max, in cui la lotta per la sopravvivenza sia cosa necessaria e necessaria. Ma come può, l'uomo di oggi, anche solo pensare una condizione del genere, di conflitto e pericolo costante?
E allora forse è preferibile, sulle orme di Prometeo, accettare la sfida, pensare e progettare il superamento della condizione umana attuale, preparare un nuovo tipo d'uomo, pronto di fronte alla tecnica e alle sue insidie, ma non di meno capace di farvi fronte. Negli anni a venire si anticipa una mutazione antropologica, come già avvenne nella Grande Guerra. Nuove condizioni di vita richiedono nuovi comportamenti, e la selezione che si preannuncia è del tutto artificiale, cioè in sostanza causata dall'azione umana nel corso della storia. Siamo giunti sin qui per la scelta dell'uomo europeo, che è uomo tecnologico, è l'uomo che modificando il mondo modifica anche se stesso.
A noi scegliere se fermarci e cessare d'essere, o avanzare e rischiare.

lunedì 31 marzo 2008

Il tramonto e la rivolta



L'opera più famosa di Spengler, Il Tramonto dell'Occidente ha segnato un'epoca, e ha risvegliato, sulla scia degli scritti di Nietzsche, il mondo borghese dal torpore progressista. Spengler dice che la crisi e il tramonto della nostra civilizzazione sono necessari, in quanto naturale compimento della storia di ogni civiltà. Il tramonto è il destino dell'Occidente e non si può rifiutarlo.
Gli sforzi attuali per uscire da una crisi epocale che sembra irreversibile, paiono voler porre un freno a quel processo di disgregazione delineato dallo Spengler, senza però riuscire in modo efficace nell'intento. Il destino di una civiltà è però il frutto delle sue scelte, per stratificazione, il passato diviene sempre più determinante fino a restringere le scelte possibili. Ma la storia conserva ugualmente il suo carattere di possibilità.
Per un mondo che muore, infatti, è possibile che se ne prepari e anticipi un altro. In questo periodo storico tutto è confuso e mal definito, tuttavia il tramonto della civilizzazione è il tramonto dell'Occidente, cioè di quel mondo che si è fondato sulla visione egualitarista, e che in fin dei conti si sta dimostrando incapace di affrontare il suo destino storico. Perchè ha sempre ritenuto la storia una caduta nel male.
La storia conserva comunque la possibilità di rotture, e queste rotture di tipo temporale, capaci di sovvertire il proseguire del tempo, le chiamiamo rivolte. La rivolta irrompe nel qui ed ora e immette nel tempo storico lineare un principio nuovo ancora in formazione mitica. All'interno di un processo storico che appare irreversibile, si fa strada quindi una scelta storica di segno opposto, che proprio perchè accetta il destino della civilizzazione, riesce a prepararne il superamento. Come già scrisse Giorgio Locchi, l'Europa deve slegarsi dall'Occidente del mondo, deve cessare di essere ciò che non è. Assumere il suo destino di crollo significa accettare quanto nei secoli si è costruito storicamente, farsi carico del proprio passato per preparare una nuova aurora. Se l'Europa vuole accettare il suo destino, se vuole essere ciò che è, deve lasciarsi alle spalle l'Occidente, per compiersi appieno. Solo il compimento storico può garantirne il suo superamento. Ci stiamo trattenendo nel limbo dell'indecisione, quando invece è precisamente di una decisione storica che si ha bisogno.
La decisione storica che introduce un nuovo principio temporale, una concezione differente del tempo e dell'uomo, prepara una nuova origine e la prepara nel qui ed ora dell'atto di rivolta contro la concezione egualitaria consolidatasi nel tempo. Emerge comeun germoglio che spacca la nera terra, per consolidare poi, se capace di resistere alle intemperie e alle sferzate delle stagioni, una nuova pianta e dei nuovi frutti.

giovedì 21 febbraio 2008

Tribalismo urbano - una forma di passaggio al bosco



Ciò che risulta di maggiore difficoltà oggi è riuscire ad essere la propria legge, divenire un nucleo solido ed inattaccabile a se stante, indipendente dalle richieste e dalle imposizioni del sistema e dell’esterno. Quando Stirner afferma, nella famosa sentenza, «ho costruito la mia causa sul nulla», vuole sostanzialmente affermare di aver reciso tutti i legami col mondo della morale e della ragione comune, ne ha fatto piazza pulita, e, una volta liberatosi dalle scorie, sul nulla che rimane ha costruito ciò che è il suo più autentico modo d’essere.
La lotta che si porta avanti contro il sistema omologante, affinché raggiunga dei risultati fattuali, concreti e duraturi, deve porsi degli obbiettivi costruttivi e da raggiungersi gradualmente, la pura distruzione non porta a niente, non produce nulla ed è fondamentalmente passiva. L’azione richiede invece inventiva e creatività. Per raggiungere dei risultati concreti non ci si può affidare né all’egoismo individuale ma neppure al collettivismo – quest’ultimo infatti rischia di divenire un mezzo alienante e obliterante, spersonalizzando totalmente non solo l’azione, ma le stesse motivazioni della stessa, producendo un substrato nichilista assai problematico nella costruzione teorica della prassi.
Una via di mezzo efficace credo possa essere la via comunitaria. La comunità intesa nella sua conformazione tribale o ordalica non prevede gerarchie istituzionalizzate, ma si costruisce in modo del tutto naturale secondo un’organizzazione partecipativa, organica e legittimata dall’interno. Questo significa che la comunità tribale si organizza secondo una struttura semplificata, essenziale, in cui i ruoli di ciascuno sono ricoperti non per assegnazione burocratica, ma per naturale propensione. La partecipazione organica all’attività comunitaria realizza pienamente la personalità del singolo secondo le proprie naturali inclinazioni, favorendo un’eccellenza e un perfezionamento nel campo che più gli si addica, garantendo al contempo una soddisfacente spersonalizzazione a livello ideale e ontologico. L’organismo tribale si trova unito attorno a degli scopi e a delle idee condivise, che vanno accolte in modo del tutto impersonale e di cui si deve essere veicolo, tramite, per il bene di tutta la comunità.
Zerzan presenta un modello primitivista di indubbio interesse, ma che risulta sotto certi aspetti utopico e in gran parte irrealizzabile. Un ritorno a società di tipo pre-storico significa di per sé la fine della storia e, quindi, la fine della lotta, la fine di un processo di mutamento e cambiamento che è invece preferibile considerare e volere costante. Il problema fondamentale che si pone l’autore americano è quello dell’abolizione dell’autorità: se si risale a “società” di tipo pre-neolitico e primitivo si può allora raggiungere una fase priva di sovrastrutture autoritative. Molto brevemente, la tesi della fine della storia propugnata da Zerzan sembra distanziarsi poco dalla tesi cristiana della “caduta nel tempo”, la concezione della storia come luogo della repressione e dell’alienazione.
È però possibile inserire la critica dell’autore americano in una prospettiva differente. Nietzsche afferma che la verità è un processo di costruzione volontaria, la verità è una scelta di senso. Non esistono che interpretazioni. Dunque, la storia può non essere più considerata il luogo della sottomissione, una condanna, ma può rovesciarsi – e così dovrebbe essere – nel luogo della possibilità creativa costantemente rinnovantesi. «Bisogna avere tanto caos dentro di sé per dare vita a una stella» scrive Nietzsche, ecco dunque che se crediamo, con Hakim Bey, che il caos non è mai morto, si può vedere nel processo storico il costante movimento caotico di forze in contrasto. Non si deve cercare il raggiungimento di uno stato di quiete, si deve piuttosto considerare al grado massimo la sfida di una costante ricerca di nuove forme storiche di creatività affermativa, nuove mutazioni in seno alla comunità tribale, che sia capace così di affrontare a viso aperto il Leviatano e sappia al contempo celarsi al Panottico. È un percorso insidioso.
Il caos è uno spazio creativo non privo di pericoli e che richiede grande impegno per essere gestito, è una forza che come una belva selvaggia può in ogni istante sfuggire dalle mani. Scatenare il caos non significa allo stesso tempo riuscire a controllarlo, ed esso può invece risucchiare chi sfrontatamente crede di esserne il padrone. Come Shiva bisogna avere un asse attorno a cui muovono le braccia, immobile eppure in movimento; dal caos l’ordine. Così D’Annunzio: «non ducor, duco». Il caos non è, nonostante tutto, cosa accessibile e manovrabile da tutti, richiede e impone una naturale selezione da cui, in un secondo momento, emergerà inevitabilmente una struttura organizzativa non imposta dall’alto, ma sorta, è il caso di dirlo, sul campo.
Per dirla con Foucault, l’autorità non è di per sé negativa, quindi diversamente da Zerzan, ma partendo dalla sua critica, si può arrivare ad affermare un tipo di organizzazione spontanea, organica sotto forma di struttura tribale o ordalica. Sarebbe una forma in grado di garantirsi una continua capacità di cambiamento interno, pur mantenendo fede a dei principi ideali condivisi.
Ciò che conduce la propria battaglia contro l’omologazione deve porsi in modo costruttivo nei confronti della realtà, così da affermare un modello completamente differente e alternativo. È necessario quindi delineare delle idee-guida fondamentali, e degli scopi che sappiano movimentare la comunità senza però esaurirsi col loro raggiungimento (ad esempio, lo sciopero generale soreliano è una idea forza sempre riproponibile).

sabato 17 novembre 2007

Fiaccole nella notte


Il potere cerca, attraverso l'organizzazione dispersiva e alienante delle città, di prevenire il formarsi di gruppi rivoluzionari ed evitare così moti di rivolta. Si serve, altresì, di validi cagnolini, per mostrare falsamente che una voce di dissenso sia possibile.
Come si trova in Palahniuk è dunque necessario cercare situazioni aggregative energiche capaci di liberare la forza e risvegliare la mente addormentata. Ancora di più: organizzare spazi autonomi ed indipendenti come laboratori creativi di pensiero, arte, azione ecc. Utilizzo di tecnologie e sforzo fisico.
Una disciplina che si origina nella strada e si consolida nel ritrovo della comunità. Rendere solido un luogo e farne il ritrovo stabile per riunioni e creazione da cui partire, il tutto al motto di "rivoluzione continua", mai immobili, sempre dinamici.

sabato 20 ottobre 2007

Il dolore rende liberi


"Non c'è alcuna condizione umana che sia al riparo dal dolore." Così, lapidario, scrive Ernst Junger nel famoso saggio Sul Dolore. In un'epoca che anestetizza ogni cosa, che mette tutto al riparo dalla sofferenza e dal "male", la riscoperta del dolore sotto diverse forme è una mezzo di risveglio, uno schock capace di illuminare.
Chuck Palahniuk in Fight Club, Survivor e negli altri suoi romanzi, insiste precisamente su questo punto: non fuggire in paradisi artificiali e nell'immaginario benessere della non-fisicità, ma affermare con forza il corpo e la presenza materiale accettandone la parte più forte e costitutiva, il dolore.
"La natura di questa sicurezza consiste allora nel fatto che il dolore viene respinto ai margini per fare spazio a un benessere mediocre." Sempre Junger. Dunque la lisciva gettata sul dorso della mano, che brucia la pelle e acceca dal dolore, ha un senso e ciò che si dice in Fight Club lo si capice chiaramente. La forza del dolore consiste nella capacità di cancellare la morale borghese, annientandola con l'urto e il sangue. Questo è il tuo dolore. Questo è il tuo sangue e sta scorrendo a fiumi.
La morale protettiva, la "sicurezza" che tutti i borghesi cercano crolla in pezzi nel momento in cui un padre ammazza moglie e figlia o quando la bella e brava studentessa fà un macello nella sua bella casa a due passi dal centro città. Forse qualcosa non funziona, allora. Ma in fondo, queste cose a noi non capiteranno mai. Così pensa la brava gente. E quindi il cervello torna a dormire.
Ma il dolore è implacabile e s'insinua nella vita dell'uomo sin dalla sua nascita. Il parto è un grido insieme di dolore e gioia. Il giorno in cui si anestetizzerà questo stesso dolore il sistema protettivo democratico potrà davvero dire che "il dolore non esiste", ma fino a quel momento...
Yukio Mishima scrisse Sole e Acciaio dopo aver riscoperto la forza e il linguaggio del corpo. Questo però fu possibile soltanto attraverso il dolore del colpo inferto nella pratica delle arti marziali, nella fatica sotto il peso di acciaio in palestra o ancora nel freddo di una mattina di esercitazione militare. Una dimensione del tutto estranea a quella della quiete quotidiana a cui siamo abituati.
Bisognerebbe ragionare sul perchè l'educazione scolastica abbia così ridotto le ore di educazione fisica. Gli Stati Uniti d'America, forse uno dei pochi Stati ad avere ancora una qualche tensione guerriera, seppure distorta, danno ampio spazio a sport aggressivi e alla pratica sportiva in generale nei college e nell'istituzione scolastica. Significativo però come anche oltreoceano uno sport come la lotta libera sia sempre più marginalizzato e quasi "rieducato".
Su diversi piani agisce l'anestetico, sul linguaggio, sul pensiero, sul corpo e sull'educazione. Nuove aggregazioni in cui il dolore sia aggregativo forse costituiscono una risposta possibile.

lunedì 23 luglio 2007

Pronti al Fight?


La società contemporanea ha del tutto bandito la violenza. E lo ha fatto perchè ha paura del dolore, teme nel modo più vile stupido femmineo il dolore fisico. Ma il dolore è un qualcosa di costitutivo per l'uomo e l'urto muscolare non fa che risvegliare dal torpore membra e mente. D'altronde la nostra è la società del sonno totalitario, la società, come già dicevo nel primo post, in cui gli uomini vengono tenuti sotto controllo e viene loro tolta la vera libertà. La libertà implica rischio.
Non sto parlando della violenza gratuita, sto parlando però del coraggio che si sveglia nello scontro leale e rituale che in alcune occasione si rivela necessario. Conoscere se stessi significa conoscere i propri limiti anche fisici - quanto sopporti il dolore?
Il pogo guidato e dettato dal ritmo della musica di sottofondo è un rito tribale futurista in grado di risvegliare le forze primordiali dell'uomo e incatenarle a un ritmo, a una regola, a uno stile.
Ancora, l'arte marziale disciplina il corpo e lo prepara al confronto e al dolore. E prepara la mente ad essere lucida e calma nel momento dello scontro.
La violenza rafforza spirito e corpo, perciò non dobbiamo più rifiutarla o temerla ma, per dirla con Marinetti, considerarla argomento decisivo.

sabato 21 luglio 2007

Gazurmah il senza sonno


Mai avuto grande passione per i blog, sembrano infatti nella maggioranza dei casi un'espressione (un pò) narcisistica del nostro ego. Se ho deciso di aprire questo piccolo blog non è dunque per auto elogiarmi o peggio auto compatirmi. Mi piacerebbe soltanto approfittare di un luogo d'incontro condiviso per elaborare idee non conformi.

Il blog nasce su ispirazione dell'eroe marinettiano Gazurmah il senza sonno, di cui si parla nel bellissimo romanzo Mafarka il futurista. Preso dalla bellezza dei colori e dalla violenza delle situazioni di questa grande opera futurista mi sono appassionato alla figura eroica e tragica di Mafarka, il protagonista, e forse ancor di più all'incognita di suo figlio Gazurmah.
L'idea di un eroe senza sonno è forse quanto di più forte si possa contrapporre a una società che fa della pigrizia mentale e del sonno dell'uomo uno dei suoi pilastri. Il senza sonno è chi sempre opera, chi sempre attivo fa e crea, chi sempre sveglio veglia, pensa, elabora, comunica.
Il web è un'arma attraverso cui comunicare messaggi, e il web non dorme mai. Dunque, senza sonno.