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lunedì 20 ottobre 2014

Marte ed Efesto: il ritorno della storia

di Guillaume Faye (trad. dall'inglese di F. Boco)

Permettetemi una parabola “archeofuturista” basata sul simbolo eterno dell’albero, che affiancherò a quello del razzo. Ma prima, osserviamo il volto inquietante del secolo che avanza.
Il ventunesimo secolo sarà un secolo di ferro e tempeste. Non assomiglierà a quegli armoniosi futuri immaginati negli anni ’70. Non sarà il villaggio globale profetizzato da Marshall MacLuhan nel 1966, o la connessione planetaria di Bill Gates, o la fine della storia di Francis Fukuyama: una civilizzazione liberale globale diretta da uno stato universale. Sarà un secolo di popoli in competizione e identità etniche. E paradossalmente, i popoli vittoriosi saranno quelli che rimarranno fedeli a, o torneranno a, valori e realtà ancestrali – che sono biologiche, culturali, etiche, sociali e spirituali – e che al tempo stesso domineranno la tecnoscienza. Il ventunesimo secolo sarà quello in cui la civilizzazione europea, prometeica e tragica ma eminentemente fragile, passerà attraverso una metamorfosi o si avvierà all’irrimediabile tramonto. Sarà un secolo decisivo.
In Occidente, il diciannovesimo e ventesimo secolo sono stati i tempi della fede nell’emancipazione dalle leggi della vita, la credenza che fosse possibile avanzare indefinitamente dopo aver raggiunto la luna. Il secolo ventunesimo probabilmente segnerà seccamente il punto d’arrivo e noi “torneremo alla realtà”, probabilmente soffrendo.
I secoli diciannovesimo e ventesimo videro l’apogeo dello spirito borghese, questa piccola escrescenza mentale, questo mostruoso e deforme simulacro dell’idea di élite. Il ventunesimo secolo, un tempo di tempeste, vedrà il contemporaneo rinnovarsi dei concetti di popolo e aristocrazia. Il sogno borghese crollerà per la putrefazione dei suoi principi fondanti e le sue puerili promesse: la felicità non viene da materialismo e consumismo, dal trionfante capitalismo transnazionale e dall’individualismo. E neppure da sicurezza, pace o giustizia sociale.
Coltiviamo allora l’ottimismo pessimistico di Nietzsche. Come scrisse Drieu La Rochelle: “Non c’è più alcun ordine da conservare; è necessario crearne uno nuovo”. L’inizio del ventunesimo secolo sarà difficile? Tutti gli indicatori sono rossi? Tanto peggio, tanto meglio. Hanno previsto la fine della storia dopo il collasso dell’URSS? Noi vogliamo accelerarne il ritorno: roboante, bellicoso e arcaico. L’Islam ricomincia le sue guerre di conquista. L’imperialismo americano è scatenato. Cina e India intendono diventare superpotenze. E così via. Il ventunesimo secolo sorgerà sotto il doppio segno di Marte, dio della guerra, e Efeso, il dio che forgia le spade, il signore della tecnologia e dei fuochi ctoni.

Verso la quarta era della Civiltà Europea
La civiltà europea – non bisognerebbe esitare a chiamarla alta civiltà, nonostante i palati delicati degli etnomasochisti xenofili – sopravvivrà al ventunesimo secolo solo attraverso una dolorosa revisione di alcuni dei suoi principi. Ne sarà capace se rimarrà ancorata alla sua eterna personalità metamorfica: mutare rimanendo se stessa, coltivare radicamento e trascendenza, fedeltà alla sua identità e alle sue grandi ambizioni storiche.
La Prima Era della civiltà europea include l’antichità e il periodo medioevale: un tempo di gestazione e crescita. La Seconda Era va dall’Età delle scoperte alla Prima Guerra Mondiale: è l’Assunzione. La civiltà europea conquista il mondo. Ma come Roma o l’Impero di Alessandro, venne divorata dal suo stesso figliol prodigo, l’Occidente e l’America, e proprio dai popoli che colonizzò (superficialmente). La Terza Era della civiltà europea comincia, in una tragica accelerazione del processo storico, con il Trattato di Versailles e la conclusione della guerra civile 1914-18: il catastrofico ventesimo secolo. Quattro generazioni bastarono a disfare l’opera di più di quaranta. La Storia assomiglia agli asintoti trigonometrici della “teoria della catastrofe”: è al massimo del suo splendore che la rosa appassisce; è dopo un periodo di sole e calma che irrompe il ciclone. La Rupe Tarpea è vicina al Campidoglio! L’Europa cadde vittima del suo stesso tragico prometeanismo, il suo stesso aprirsi al mondo. Vittima degli eccessi di ogni espansione imperiale: universalismo, perdita di ogni solidarietà etnica, e quindi anche vittima di gretto nazionalismo.
La Quarta Era della civiltà europea inizia oggi. Sarà l’Era della rinascita o della perdizione. Il ventunesimo secolo sarà per questa civiltà l’erede dei fraterni popoli Indo-Europei, il secolo destinale, il secolo della vita o della morte. Ma il destino non è semplicemente fato. Contrariamente alle religioni del deserto, il popolo europeo sa nel profondo del suo cuore che destino e divinità non sono onnipotenti in rapporto alla volontà umana. Come Achille, come Ulisse, l’autentico uomo europeo non si prostra e non si inginocchia agli dei, ma resta in piedi. Non vi è inevitabilità nella storia.

La parabola dell’albero
Un albero ha radici, tronco e foglie. Il che vale a dire, il principio, il corpo e l’anima.
1)      Le radici rappresentano il “principio”, il fondo biologico di un popolo e il suo territorio, la sua madrepatria.  Non appartengono a noi; si trasmettono. Appartengono al popolo, all’anima ancestrale, e provengono dal popolo, ciò che i Greci chiamavano ethnos e i Germani volk. Provengono dagli antenati; esse sono rivolte a nuove generazioni. (Questo è il motivo per cui ogni accoppiamento tra parenti è un’appropriazione illegittima di un bene che deve essere tramandato e quindi un tradimento). Se il principio svanisce, nulla è più possibile. Se si taglia il tronco dell’albero, esso può ben ricrescere. Anche se ferito, l’albero può continuare a crescere, finché conserva la fedeltà alle proprie radici, alle sue fondazioni ancestrali, il suolo che fornisce la vita. Ma se le radici vengono strappate o il suolo inquinato, l’albero è condannato. Questo è il perché colonizzazione territoriale e mescolamento razziale sono infinitamente più seri e mortali di ogni asservimento culturale e politico, da cui un popolo può guarire.
Le radici, il principio dionisiaco, crescono e penetrano il suolo in nuove ramificazioni: vitalità demografica e protezione territoriale dell’albero contro le erbacce. Le radici, il “principio”, non sono mai fisse. Esse dispiegano la propria essenza, come dice Heidegger. Le radici sono al tempo stesso “tradizione” (ciò che passa di mano in mano) e “archè” (fonte di vita, eterno rinnovamento). Le radici sono quindi la manifestazione della più profonda memoria ancestrale e dell’eterna giovinezza dionisiaca. Quest’ultima si riferisce al concetto fondamentale di dispiegamento.
2)      Il tronco è il suo “soma”, il corpo, l’espressione culturale e psichica del popolo, sempre rinnovantesi ma sostenuto dalla linfa fornita dalle radici. Non è solidificato, non è congelato. Cresce in strati concentrici e si innalza verso il cielo. Oggi, quelli che vogliono neutralizzare e abolire la cultura europea tentano di “preservarla” sotto forma di monumenti del passato, come in formaldeide, per “neutri” studenti, o più semplicemente per abolire la memoria storica delle giovani generazioni. Fanno il lavoro dei boscaioli. Il tronco, nella terra a cui appartiene, anno dopo anno, cresce e muta. L’Albero della vecchia civiltà europea è al contempo sradicato e intatto. Una quercia di dieci anni non assomiglia a una di mille anni, ma è la stessa quercia. Il tronco, che si protende verso la luce, obbedisce al principio Iuppiterino.
3)      Il fogliame è la parte più fragile e bella. Muore, appassisce e riappare come il sole. Cresce in ogni direzione. Il fogliame rappresenta la psiche, cioè la civilizzazione, la produzione e profusione di nuove forme di creazione. È la ragione di vita dell’albero, la sua missione. In aggiunta, a quale legge obbedisce la crescita delle foglie? Fotosintesi. Vale a dire “l’utilizzo della forza della luce”. Il sole nutre le foglie che, in cambio, producono ossigeno vitale. Il fiorente fogliame segue dunque il principio Apollineo. Ma attenzione: se esso si sviluppa disordinatamente e anarchicamente (come la civilizzazione europea, che ha cercato di diventare l’Occidente globale ed estendersi a tutto il pianeta), sarà travolto dalla tempesta, come una vela male cardata, che schianterà e sradicherà l’albero a cui appartiene. I rami devono essere potati, disciplinati. Se la civilizzazione europea intende sopravvivere, non deve estendersi all’intera Terra, e neppure utilizzare la strategia delle braccia aperte…  poiché il fogliame che è troppo intrepido si estende eccessivamente, o si lascia sopraffare dalle erbacce. Essa deve concentrarsi sul suo spazio vitale, l’Eurosiberia. Da qui l’importanza dell’imperativo dell’etnocentrismo, un termine che è politicamente scorretto, ma che è da preferire al modello “etnopluralista” e di fatto multietnico che cospiratori e distorsori spingono allo scopo di confondere lo spirito di resistenza della giovane élite ribelle.
Si può comparare la metafora tripartita dell’albero con quella straordinaria invenzione europea che è il razzo. I propulsori corrispondono alle radici, col fuoco ctonio. Il corpo cilindrico è come il tronco dell’albero. E la capsula, da cui vengono sganciati satelliti o vascelli potenziati da pannelli solari, fa venire in mente le foglie.
È davvero un caso che la serie di cinque grandi razzi spaziali costruita da europei – inclusi quelli espatriati in USA – fossero chiamati rispettivamente Apollo, Atlas, Mercurio, Tor e Arianna? L’Albero è il popolo. Come il razzo, esso si innalza verso il cielo, ma parte da una terra, un suolo fertile dove non può essere ammessa alcuna malerba. Da un punto di vista ambientale, ci si assicura una perfetta protezione e totale pulizia della rampa di lancio. Allo stesso modo, il buon giardiniere sa che se l’albero deve crescere alto e forte, deve pulire la sua base dalle erbacce che impoveriscono le sue radici, liberare il tronco dalla presa delle piante parassite e anche sfoltire i rami pendenti e sovrabbondanti.

Dal tramonto all’alba
Questo sarà il secolo della metamorfica rinascita dell’Europa, come la Fenice, o della sua scomparsa come civilizzazione storica e della sua trasformazione in uno sterile Luna Park cosmopolita, mentre gli altri popoli conserveranno le loro identità e svilupperanno il loro potere. L’Europa è minacciata da due virus affini: quello di dimenticare se stessa per aridità interiore e quello di eccessiva “apertura all’altro”. Nel ventunesimo secolo l’Europa, per sopravvivere, dovrà curarli entrambi, vale a dire, ritornare alla sua memoria e seguire le sue aspirazioni faustiane e prometeiche. Questa è la necessità della coincidentia oppositorum, la convergenza degli opposti, o la duplice necessità di memoria e volontà di potenza, contemplazione e creazione innovativa, radicamento e trascendenza. Heidegger e Nietzsche…
L’inizio del ventunesimo secolo sarà la terribile mezzanotte del mondo di cui parlò Holderlin. Ma fa sempre più buio prima dell’alba. Si sa che il sole tornerà, sol invictus. Dopo il crepuscolo degli dei: l’alba degli dei. I nostri nemici hanno sempre creduto nella Grande Sera, e le loro bandiere portano le stelle della notte. Le nostre bandiere, al contrario, sono adornate con la stella del Grande Mattino, dai raggi estesi; con la ruota, il fiore del sole di Mezzodì.
Grandi civilizzazioni possono passare dall’oscurità del declino alla rinascita: Islam e Cina lo dimostrano. Gli Stati Uniti non sono una civilizzazione, ma una società, la materializzazione globale della società borghese, una cometa, come una potenza tanto insolente quanto transitoria. Non ha radici. Non è il nostro vero competitore nel palcoscenico della storia, soltanto un parassita.
Il tempo della conquista è terminato. Ora è il tempo della riconquista, interna ed esterna: la riappropriazione della nostra memoria e del nostro spazio: e che spazio! Quattordici fasce orarie dove il sole non tramonta mai. Da Brest allo Stretto di Bering: è davvero l’Impero del Sole, l’autentico luogo di nascita ed espansione del popolo Indo-Europeo. A sud-est si trovano i nostri cugini Indiani. A oriente la grande civilizzazione cinese, che dovrà decidere se essere nostra nemica o nostra alleata. A occidente, dall’altra parte dell’Oceano: l’America, che tenterà sempre di prevenire l’unione continentale. Ma potrà fermarla per sempre?
E ancora, a sud: il pericolo maggiore, scaturito dalle profondità della storia, quello con cui non sono possibili compromessi.
Boscaioli tentano di abbattere l’Albero, al loro fianco vi sono molti traditori e collaborazionisti. Difendiamo la nostra terra, proteggiamo il nostro popolo. Il conto alla rovescia è iniziato. Abbiamo tempo, ma poco.
E quindi, anche se taglieranno il tronco o la tempesta lo abbatterà, le radici rimarranno, sempre fertili. Una sola scintilla è sufficiente a riaccendere un fuoco.
Ovviamente, potranno schiantare l’Albero e smembrarne il cadavere, nel suono di una canzone crepuscolare, e gli europei anestetizzati non proveranno dolore. Ma la terra è fertile e un solo seme è sufficiente a iniziare una nuova crescita. Nel ventunesimo secolo, prepariamo i nostri figli alla guerra. Educhiamo dunque i nostri giovani, si tratti pure di una minoranza, come una nuova aristocrazia.

Oggi la morale non basta. Abbiamo bisogno di un’ipermorale, cioè l’etica nietzscheana dei tempi duri. Quando si difende il proprio popolo, i propri figli, allora si difende l’essenziale. Allora si segue la legge di Agamennone e Leonida, ma anche di Carlo Martello: ciò che prevale è la legge della spada, il cui bronzo o acciaio riflette la luce del sole. L’albero, il razzo, la spada: tre simboli verticali si ergono dal terreno verso la luce, dalla Terra al Sole, animati da linfa, fuoco e sangue. 

sabato 21 giugno 2008

Diritto dei popoli?



Si fa un gran parlare del diritto dei popoli all'esistenza e al possesso della loro terra. I ragionamenti attorno a tali questioni hanno molti dell'umanitario e del politicamente corretto, e colgono poco la realtà storica che chiama i popoli a prendere in mano il proprio destino e la propria storia.
E' davvero difficile credere che un numero più o meno ampio di persone, solo perchè vi sono nate, abbia un diritto inalienabile ed indiscutibile alla terra. In realtà nascere su un suolo è storicamente indifferente fintanto che non si prenda coscienza di ciò che si vuole essere, fintanto cioè che non si immagini un progetto secondo il quale dare una forma alla massa umana che si aggrega lì.
Se oggi il "popolo italiano" cessasse di sentirsi padrone del suo territorio nazionale, cessasse di goernarlo e di essere sovrano, cessasse di condividere un comune progetto (che è passato-presente e sopratutto futuro), se smettesse di lottare per la propria esistenza e i propri confini, allora questo "popolo" non avrebbe più alcun "diritto" alla terra che abita. Sarebbe davvero semplice per altre componenti, per altri popoli prendere possesso del territorio e costruirvi una storia del tutto diversa.
Non esiste alcun diritto originario dei popoli alla propria terra, nessun popolo possiede la propria terra finchè non diventa consapevole di ciò che è e vuole essere. Una consapevolezza di questo tipo si guadagna solo attraverso l'identificazione in un mito mobilitante e aggregante; la creazione di un'identità popolare che sappia formare e unire le componenti che occupano un suolo e sappia dar loro una direzione, sappia tracciare un solco su cui proseguire.
Ma una volta guadagnata la terra e una volta consolidato il suo dominio, nulla è scontato e le nuove generazioni devono sempre rinnovare il legame col mito identitario, devono saper attualizzare e portare avanti il senso del progetto che si è indicato nel passato. Perchè la storia non fa sconti e i popoli a-storici sono destinati a perire sotto l'avanzata di nuovi popoli conquistatori assetati di terre su cui regnare.
Continuamente richiamarsi e rinnovare il senso di ciò che gli avi della stirpe hanno segnato, mutando linguaggio e forme, ma mantenendo il senso del gesto creatore e sovrano di allora.
Il popolo che cessa di avere un destino perisce, smette di respirare la sua storia secolare e viene schiacciato dal peso dei secoli e dalla polvere del tempo.

sabato 14 giugno 2008

La sopravvivenza del più adatto



Nietzsche criticava del darwinismo il fatto che non necessariamente le specie qualitativamente migliori riuscissero a garantirsi la sopravvivenza, poichè spesso accadeva piuttosto che fossero quelle più belle e raffinate, a perire nel mondo animale. I bastardini di cane sono capaci di adattarsi a condizioni di vita più difficili rispetto a una cane di razza.
Non bisogna però dimenticare che il canone qualitativo così come la preferenza estetica accordata a un animale piuttosto che a un altro è cosa puramente umana, legata alla presenza e all'osservazione umana sulla vita animale. Ciò significa che allo stadio di natura, se la selezione naturale, ovvero la sopravvivenza del più adatto, risulta effettivamente operante, la lotta riguarda tutti indistintamente e non ammette distinzioni nè preferenze di alcun tipo. Leggendo Zanna bianca del grande Jack London ci si può forse rendere conto di cosa significhi la lotta per la sopravvivenza. Si consideri poi, che molte delle razze animali oggi esistenti sono del tutto artificiali, create dall'uomo, e inesistenti in natura. Dicasi lo stesso dei vegetali.
Le cose assumono un altro significato quando si consideri la selezione all'interno del mondo della specie umana. L'uomo ha avuto origine da una scelta che l'ha proiettato fuori dalla dimensione naturale e lo ha chiamato a "farsi da sé", a prendersi in mano e decidere ciò che voleva essere. Da questo inizio si sono prodotte le razze umane - che sono preferenze di tipo biologico ed estetico consolidatesi nei secoli - e le differenti civiltà. L'uomo è artificiale, è cioè il prodotto della sua arte creatrice.
La società umana è quindi del tutto artificale e costruita "a misura d'uomo", ed esclude quindi le leggi di natura, come ad esempio la selezione naturale. Ciononostante l'uomo ha sempre operato una selezione artificiale tra i suoi simili, e pure all'interno di società ben regolate il conflitto non è stato mai - fino a tempi recenti - escluso e sospeso, poichè esso è il motore della storia e ciò che per primo permette il rinnovamento di una popolazione. La stessa polis greca, come riporta Nietzsche, non escludeva il contrasto e l'agone dalla vita politica, ma ne faceva invece il mezzo codificato per la creazione di un'aristocrazia.
E' chiaro che il numero sproporzionato tende ad avere la meglio anche sui grandi uomini, e nella situazione attuale, in cui il contrasto di forze viene bandito dalla società, è la quantità e non la qualità ad avere la meglio. Non una gerarchia naturale di uomini di valore, ma una burocrazia di incapaci e ventri flaccidi. In un clima come l'attuale anche chi fosse pronto a lottare per il posto da occupare nella società, anche chi ambisse a un'esistenza qualitativa, finirebbe col venire sopraffatto.
Ma ciò che salva è prima di tutto la presa di coscienza, riacquistare la consapevolezza della propria forza e della propria potenza, per poter poi condurre una lotta quotidiana lenta ma inesorabile per la sopravvivenza e il consolidamento di uno stile differente da quello dominante.

sabato 17 maggio 2008

Quando il resto fallisce...



Volendo canzonare una pubblicità, la potenza è nulla senza controllo.
La presenza in ciò che si fa è sempre alla base di un agire costruttivo e consapevole, un fare che non è trascinato dagli eventi e dalle emozioni, ma che è il frutto di una volontà sovrana ferma e decisa.
Irrompe in un istante un lampo che indirizza l'uomo, che lo costringe verso un qualcosa da raggiungere, si annuncia una sfida, uno sforzo, contro se stessi, per il potenziamento. E' qui che davvero compare una selezione qualitativa degli istinti e dei voleri di ciascuno: gerarchia della volontà, controllo su sè e realizzazione attiva.
La potenza si giustifica da sè per sovrabbondanza. Non ha bisogno di parole per giustificarsi, essa è qualitativa.
Quando l'aristocrazia qualitativa abdica al suo ruolo, perde il senso della differenza, si smarrisce e non sa più controllare se stessa, allora il numero, il mondo della quantità, ha il sopravvento e schiaccia, stritola guidato dall'invidia. Trascina chi sta in alto nella polvere fino a calpestarlo.
Ma la consapevolezza, la presenza e l'attenzione, l'impassibilità sono il fondamento vero di ogni differenziazione, di ogni atteggiamento sano e aristocratico. La potenza può allora sprigionarsi e inevitabilmente prevalere, quanto meno sottoforma di preservazione e conservazione.
Oggi tutto fallisce, unica risposta è un nichilismo attivo, è il risorgere della potenza.

domenica 13 aprile 2008

Al di là del bene e del male



Che cos'è la felicità? La sensazione che la potenza cresce, che si sta superando una resistenza. (F.W. Nietzsche, L'anticristo 1888)

Un problema costante che si pone l'uomo è la distinzione in bene e male. E' piuttosto condivisa l'idea che vi sia un "bene" universale e, di conseguenza, un "male" universalmente riconosciuto. In realtà le cose stanno diversamente, ed è la vita stessa a contraddire nella sua disarmante semplicità questa credenza frutto di poca profondità.
E' davvero semplice e rassicurante dirsi a vicenda "questo è bene e questo è male", segnare un limite a ciò che si può fare (o si deve...) e indicare quindi ciò che bisogna evitare. La morale nasce inevitabilmente dalla distinzione in bene e male, ma la morale, il concetto stesso, si pretende universale e perciò intende omologare gli uomini al di là delle differenze sotto dei principi "superiori".
L'uomo tende certamente a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ma ogni buona concezione della vita, ogni sana idea dell'uomo, non concepisce nè l'idea di bene come un qualcosa di immutabile e assoluto, nè tanto meno come un qualcosa di condiviso da ogni uomo.
L'idea di bene - da cui discende conseguentemente anche la definizione di virtù - è frutto di una visione delle cose, sgorga dalla spontanea visione dell'uomo, dalle sue esperienze. Slegare l'idea di bene dalla vita, dall'esperienza, significa farne pura teoria e astrazione, quando invece ogni popolo vitale e solare, ha sempre ritenuto "buono" solo ciò che rendesse forte e sana la vita. Non tutti gli uomini hanno la stessa idea di bene, e non tutti quindi condividono la stessa scala valoriale. Ma sostanzialmente le visioni dell'uomo sono due:
coloro che vedono nella vita una sofferenza, una caduta che va espiata, un peccato o comunque una valle di lacrime e credono che l'uomo sia sempre affetto e perseguitato dalla malattia (ad es. Freud). Gli altri invece vedono nella vita l'espressione di una forza e di una potenza, della natura profonda dell'uomo, la sua creatività realizzata e la sua sfida incessante alla natura. Vedono nell'uomo un qualcosa di sano e che tende alla potenza. (ad es. Nietzsche, Spengler, Faye).
La seconda concezione colloca la vita al di là del bene e del male. Non perchè l'uomo non scelga e definisca di volta in volta in modo arbitrario ciò che è per lui bene, ma perchè riconosce e rispetta il primato della vita su ogni teoria, afferma il primato della potenza che si esprime nel mondo attraverso l'uomo.
La potenza esprime la tensione a nuove sfide, l'innarrestabile avanzata dell'uomo storico sul suo cammino, conferma una scelta, e si distende sulla superficie circostante spazzando via con la sua forza ogni teoria preconcetta. La potenza vitale è al di là del bene e del male perchè è e non può essere contestata, trattenuta o frenata, essa esprime la pura energia primordiale.
La potenza si espande sul piano orizzontale, come un impulso scaturente dalla volontà dell'uomo. Come una goccia che cada su una superficie immobile e piatta d'acqua. Al suo tocco l'acqua s'incresperà e forse tracimerà dal contenitore.

venerdì 11 aprile 2008

La nostra sfida



Ci troviamo calati in una realtà problematica, in cui si sente il peso della crisi in ogni aspetto della vita. A problemi fondamentali non si sanno trovare risposte e il senso di inadeguatezza cresce. Soluzioni tampone e temporanee non riescono, ovviamente, a recuperare le cose. Siamo in attesa.
Ma mentre aspettiamo - Godot? il messia? l'Avatara? - il tempo passa e la nostra civiltà si sgretola lentamente per la nostra incapacità, sopratutto per carenze culturali. Abbiamo paura della tecnologia e delle sue conseguenze? Non siamo arrivati sino a questo punto casualmente, se è vero che esiste un destino. E solo chi ha un destino rovina. Ed è meglio rovinare che attendere che qualcosa accada.
In realtà, nelle situazioni estreme emerge anche l'elemento salvifico, quella luce che traghetta fuori dall'oscurità. Ma per giungere a questo punto bisogna prima spingere gli avvenimenti e la storia alle estreme conseguenze, dire sì al proprio destino, all'accumularsi di scelte e passato, e farlo esplodere nel momento decisivo. L'uomo si sente inadatto alle sfide attuali? Ebbene, Nietzsche lo disse chiaramente, l'uomo è un qualcosa che dev'essere superato. Se la volontà stessa dell'uomo storico l'ha condotto sin qui, allora farsi carico di quella scelta significa accettarne le conseguenze. Spingere ad un superamento di sé l'uomo, trovare il punto in cui egli divenga capace a sostenere le sfide del futuro.
L'uomo che sappia davvero comprendere la tecnica, non è chi la rifiuta, ma è chi la coglie come un destino e se vogliamo una missione che va rinnovata. E', in fondo, nel suo DNA: già l'utilizzo della mano anticipa all'alba della storia il futuro più lontano.
La radice dei problemi contemporanei è il nichilismo che, si dice, si lega alla tecnica. Sembra davvero vile e incapacitante, a questo punto, non trarre le estreme conseguenze. Mancano i valori, l'osservazione scientifica ha nullificato il mondo? Non sembra davvero giustificabile l'attesa, ma è forse meglio progettare un avvenire, un progetto costruito sulal volontà di accettare e scegliersi un destino.
Si vuole annullare la tecnica? Allora si azzeri davvero quanto ottenuto fino ad oggi per arrivare a un mondo alla Mad Max, in cui la lotta per la sopravvivenza sia cosa necessaria e necessaria. Ma come può, l'uomo di oggi, anche solo pensare una condizione del genere, di conflitto e pericolo costante?
E allora forse è preferibile, sulle orme di Prometeo, accettare la sfida, pensare e progettare il superamento della condizione umana attuale, preparare un nuovo tipo d'uomo, pronto di fronte alla tecnica e alle sue insidie, ma non di meno capace di farvi fronte. Negli anni a venire si anticipa una mutazione antropologica, come già avvenne nella Grande Guerra. Nuove condizioni di vita richiedono nuovi comportamenti, e la selezione che si preannuncia è del tutto artificiale, cioè in sostanza causata dall'azione umana nel corso della storia. Siamo giunti sin qui per la scelta dell'uomo europeo, che è uomo tecnologico, è l'uomo che modificando il mondo modifica anche se stesso.
A noi scegliere se fermarci e cessare d'essere, o avanzare e rischiare.