sabato 20 ottobre 2007

Il dolore rende liberi


"Non c'è alcuna condizione umana che sia al riparo dal dolore." Così, lapidario, scrive Ernst Junger nel famoso saggio Sul Dolore. In un'epoca che anestetizza ogni cosa, che mette tutto al riparo dalla sofferenza e dal "male", la riscoperta del dolore sotto diverse forme è una mezzo di risveglio, uno schock capace di illuminare.
Chuck Palahniuk in Fight Club, Survivor e negli altri suoi romanzi, insiste precisamente su questo punto: non fuggire in paradisi artificiali e nell'immaginario benessere della non-fisicità, ma affermare con forza il corpo e la presenza materiale accettandone la parte più forte e costitutiva, il dolore.
"La natura di questa sicurezza consiste allora nel fatto che il dolore viene respinto ai margini per fare spazio a un benessere mediocre." Sempre Junger. Dunque la lisciva gettata sul dorso della mano, che brucia la pelle e acceca dal dolore, ha un senso e ciò che si dice in Fight Club lo si capice chiaramente. La forza del dolore consiste nella capacità di cancellare la morale borghese, annientandola con l'urto e il sangue. Questo è il tuo dolore. Questo è il tuo sangue e sta scorrendo a fiumi.
La morale protettiva, la "sicurezza" che tutti i borghesi cercano crolla in pezzi nel momento in cui un padre ammazza moglie e figlia o quando la bella e brava studentessa fà un macello nella sua bella casa a due passi dal centro città. Forse qualcosa non funziona, allora. Ma in fondo, queste cose a noi non capiteranno mai. Così pensa la brava gente. E quindi il cervello torna a dormire.
Ma il dolore è implacabile e s'insinua nella vita dell'uomo sin dalla sua nascita. Il parto è un grido insieme di dolore e gioia. Il giorno in cui si anestetizzerà questo stesso dolore il sistema protettivo democratico potrà davvero dire che "il dolore non esiste", ma fino a quel momento...
Yukio Mishima scrisse Sole e Acciaio dopo aver riscoperto la forza e il linguaggio del corpo. Questo però fu possibile soltanto attraverso il dolore del colpo inferto nella pratica delle arti marziali, nella fatica sotto il peso di acciaio in palestra o ancora nel freddo di una mattina di esercitazione militare. Una dimensione del tutto estranea a quella della quiete quotidiana a cui siamo abituati.
Bisognerebbe ragionare sul perchè l'educazione scolastica abbia così ridotto le ore di educazione fisica. Gli Stati Uniti d'America, forse uno dei pochi Stati ad avere ancora una qualche tensione guerriera, seppure distorta, danno ampio spazio a sport aggressivi e alla pratica sportiva in generale nei college e nell'istituzione scolastica. Significativo però come anche oltreoceano uno sport come la lotta libera sia sempre più marginalizzato e quasi "rieducato".
Su diversi piani agisce l'anestetico, sul linguaggio, sul pensiero, sul corpo e sull'educazione. Nuove aggregazioni in cui il dolore sia aggregativo forse costituiscono una risposta possibile.

2 commenti:

Full Spastic ha detto...

Mi trovi parzialmente d'accordo. Il dolore in senso fisico segna il limite della resistenza del corpo. Il dolore non è quindi una cosa da nascondere o anestetizzare, ma da accogliere e cercare di spostare sempre più in là con l'allenamento. E fin qui siamo sulla stessa linea.
Però bisogna stare molto attenti a non confondere il dolore con la propria meta, non serve spostare la soglia del dolore all'infinito, bisogna prima o poi fare il salto per superarla. Il dolore fa in fondo parte del corpo, e il tuo corpo non sei Tu! O almeno, questa è la mia filosofia...
Ciao
Full

chaos e.v. ha detto...

capisco quello che vuoi dire, ma penso che la disciplina delle arti marziali sia (e così dovrebbe essere in fondo) una meditazione attiva. Come chi vince riesce vittorioso per una forza spirituale, così chi maggiormente resiste al dolore acquisisce una grande forza interiore.