giovedì 29 ottobre 2009

9 novembre 1989



muro contro muro

Europa Impero

mercoledì 9 settembre 2009

Sul radicamento e la politica



Ciò che fornisce una intima e profonda sicurezza a una comunità è il suo legame col luogo in cui è situata. È una relazione che si instaura nel corso dei secoli e che nel tempo dà vita a una catena che si snoda nella storia con continuità e costanza. Quella che Carl Schmitt definiva collocazione spaziale storico concreta è irrinunciabile per ogni vera compagine umana che intenda prolungare nel tempo la missione storica di cui s’è fatta carico.
Si tratta in tutta evidenza di un principio identitario e perciò marcatamente relativista: la collocazione territoriale sorge da una appropriazione e da una divisione, sorge cioè da un atto volontaristico di de-cisione che costringe a una scelta specifica, collocata, condizionante. Come ha chiarito da tempo l’antropologia, l’uomo ha una molteplicità di “nature” tra le quali scegliere, egli è l’unico essere vivente a non essere determinato e fissato all’origine. L’uomo può scegliere, ma una scelta di tal specie, il gesto che decide per una “natura” piuttosto che per un’altra, per un ordinamento piuttosto che per un altro, è già la prima pietra della civiltà, della Kultur spengleriana.
Quindi alla base di una civiltà compiuta, di una comunità vitale, vi è una decisione che proietta quel gruppo umano nella storia, segnandone così il destino, e differenziandolo quindi da ciò che si trova al di là dei suoi confini spaziali. L’uomo ha dunque la capacità di scegliere la propria identità, di darsi la forma che ritiene preferibile e di segnare con la sua visione del mondo la storia a venire della sua comunità. Questo si chiama destino.
È conforme a questo ordine di cose che l’identità di un popolo storico possa mutare e trasformarsi nel tempo, acquistando nuove forme espressive. Quanto vanno affermando molti critici dell’identità come Hobsbawn è vero: la tradizione è una costruzione politica. La loro tesi presuppone però che ogni costruzione sia cosa ben facile da demolire e rimpiazzare. Anche in campo egalitario si è dovuto tuttavia riconoscere che le identità, benché frutto di una scelta storia e non di una sorta di preformismo metafisico originario, siano nondimeno fattivamente operative e profondamente sentite. Radici che affondano da secoli in un suolo sono difficili da estirpare a parole.
L’identità, la tradizione che si prolunga nella storia e si colloca in un territorio e lo conforma, nasce da una decisione umana storicamente collocata, questa decisione dà inizio a un destino temporale. Un tale destino di civiltà sorge nel suo fulcro fondamentale da un mito di fondazione. Il mito è un racconto operante nella compagine umana che si radica nella specifica natura intellettuale e fisica di una popolazione, nasce da una ispirazione collettiva che richiede una peculiare condizione storica e che segna inevitabilmente il futuro. Le trasformazioni che si accumulano nei secoli non sono un di più, ma sono modifiche e aggiunte a un disegno originario che non perde vigore se costantemente consapevole del gesto iniziale e se sempre attento a mantenere fede alla missione storica tracciata dalla decisione mitico-destinale originaria.
Il radicamento è il fondamento di ogni genuina costruzione comunitaria; senza la presenza su un territorio, l’abitarlo autenticamente e il legame di profondo amore che chiama gli uomini ad esso, senza queste componenti, non vi è identità e non esiste storia umana. La civiltà sorge da una atto politico volontaristico che deve necessariamente collocarsi in un luogo delimitato. Radicamento significa mettere radici, tracciare il solco che indica la via da seguire. Sarà una via non rettilinea, ma fintanto che il fuoco del mito fondativo continuerà a vivificare la comunità, vi sarà destino e autenticità. È in una tale ottica che bisogna leggere la capacità della civiltà indoeuropea di incorporare in modo efficace i miti delle società matriarcali senza per questo rinunciare alla propria specificità culturale e antropologica.
Quanto vanno dicendo in questi anni gli universalisti nemici di ogni differenza e di ogni identità, ciò che sostengono gli egualitaristi distruttori di ogni storia e destino, è il frutto del discorso livellatore globalizzatore che vuole ridurre la molteplicità multidimensionale a un unico monodimensionale. Aiutato da uno scomposto e irrazionale impulso securitario, l’egualitarismo trova un efficace appiglio per ridurre sotto il proprio controllo gli uomini e per dividere e rendere deboli i popoli e le radici storiche. L’universalismo livellatore assume quindi i tratti di una tolleranza esasperata, afferma le necessità dell’accoglienza e promette l’avvento del paradiso in terra allorché si sarà raggiunta la creazione di un mondo unico globalizzato, in cui ognuno potrà sentirsi “cittadino del mondo”. Secondo questo egualitarismo all’ennesima potenza, figlio legittimo del progetto universalista cristiano-illuminista, è necessario che tutti seguano e si convertano all’unica verità e si lascino illuminare dalla buona novella. Le sorti magnifiche e progressive richiederanno tempo, ma condurranno inevitabilmente alla fine della storia e alla pace tra gli uomini.
È evidente a questo punto che un pensiero siffatto, asfissiante e totalizzante, ipocrita e letale, nasconde una profonda e violenta intolleranza nei confronti dei popoli propriamente detti, vuole cioè la distruzione e il riassorbimento nell’unità di uguali di ogni comunità storica – vuole la fine delle differenze. Questo progetto non è cosa degli ultimi decenni, ma è una missione storica anti-storica che si è prolungata nei secoli e che sembra sempre più vincente in questi anni. A una tale tendenza si oppone il campo avverso, il discorso sovrumanista che partendo dal radicamento e dalla decisione mitico-destinale afferma il differenzialismo antropologico e l’assoluta bontà del persistere delle differenze che significano autentica ricchezza.
(f.)



opere di Dennis Rudolph

domenica 2 agosto 2009

La politica del conflitto




La politica è essenzialmente e costitutivamente conflittuale. E' un confronto tra fazioni che richiede differenza e quindi identità. Solo nel confronto-conflitto ciascuno dei contendenti trova e completa la propria natura.
La tendenza occidentale sicuritaria, costruita su paure fittizzie e agitate dai media, conduce inevitabilmente a una società appiattita, sommersa dal controllo sociale e da una soffocante cappa di conformismo. L'impulso alla sicurezza, il terrore del dolore, dell'ignoto che con tanta insistenza viene fuori in questi anni; tutto questo è il freno della politica comunitaria.
Chiusi nelle proprie campane di vetro i popoli stanno come pecore nel recinto, si fanno guidare e proteggere, incapaci e irresponsabili. Un genuino istinto libertario, comunitario e ribelle indica la via della lotta e del contrasto come sola possibilità di restituire il primato assoluto e irrevocabile alla politica agita in prima persona.
La resonsabilità che ciascuno ha è notevole: sulle spalle di ognuno pesa la continuità della stirpe, ma sopratutto la scelta di prolungare un destino storico, una missione primordiale.
Ecco quindi che il concetto di politica esce dai canoni usuali: non partito, non affarismo, ma compito, rivolta, azione e conquista.
In una tale ottica nel caos della conflittualità, nella produttiva rottura rappresentata dalla rivolta emergono i germi della selezione e della riconquista destinale. La mutazione antropologica necessaria, il risveglio della forza contro il torpore, rompono la quiete e chiamano all'azione. La selezione avviene sul campo e l'idea burocratica di spezza di fronte al crearsi di una comunità di tipo tribale, in cui conta la funzione di tipo organico e non il singolo.

sarà necessario tornare su questo punto.
(f.)

lunedì 29 giugno 2009

Punk a vapore



In epoca vittoriana i punk esistevano e portavano la tuba. Si potrebbe introdurre così il volumetto pubblicato da XBook, Guida Steampunk all’Apocalisse (di M. Killjoy, 126 p., 11,50 euro). Da qualche anno nel mondo cosiddetto underground e delle sotto culture, l’estetica e la cultura Steampunk stanno gradualmente prendendo piede, talvolta guadagnando consensi nell’ambito più noto del Cyberpunk.
Una rapida definizione del fenomeno ce la fornisce un articoletto inserito nell’Appendice: «Steampunk è rimmaginare il passato con le percezioni ipertecnologiche del presente». A differenza della letteratura e del cinema Cyberpunk (Blade Runner, Johnny Mnemonic, Matrix), in cui la rappresentazione di mondi distopici, cupi e alienanti, serve da monito contro la tecnologia, lo Steampunk non rifiuta le tecnologie, ma immagina piuttosto che lo sviluppo tecnologico della rivoluzione industriale e dell’era vittoriana abbiano raggiunto traguardi in realtà mai visti, e che il vapore sia la principale fonte d’energia di enormi mostri meccanici. L’approccio steampunk alla tecnica non è di tipo luddista, guarda al passato per vedere un’epoca in cui era ancora possibile credere nei benefici diffusi delle tecnologie. Ecco quindi che la tendenza culturale che fa del vapore (steam) una peculiarità, diventa soprattutto uno stile ed un’estetica che unisce abiti e accessori retrò a qualcosa di meccanico: monocolo e orologio da taschino affianco di computer portatili coperti in legno pregiato e integrati da meccanismi a rotelle. Si tratta insomma di un’estetica postmoderna molto particolare, che a un gusto un po’ mitteleuropeo e reazionario per il vestiario unisce la carica ribelle e sguaiata del punk urbano; dirigibili e Ramones. Macchine a vapore dalle forme straordinarie e dalle capacità impensabili, Zeppelin, navi imponenti ed altre diavolerie meccaniche.
Il vapore e la tecnologia meccanica hanno un senso specifico: rispetto a circuiti elettrici e silicio, le rotelle e le componenti maneggiabili hanno un qualcosa di vivo, con esse si può stringere quasi un contatto e nel loro sbuffare paiono respirare. Si tratta di un approccio «che, rimandando a un’epoca in cui le macchine si potevano ancora costruire nel capanno degli attrezzi e chiunque poteva nel suo piccolo diventare un grande inventore, si spinge oltre il software libero per rivendicare un hardware open-source». I materiali con cui si compone un nuovo marchingegno acquistano una grande importanza, e già circolano in rete foto di chitarre elettriche, macchine a vapore funzionati e altro, modificate e manipolate secondo l’estetica Steampunk.
Il “punk a vapore” assume così le fattezze dello scienziato pazzo, chiuso nel suo laboratorio tra viti, pistoni e martelli, a dare libero sfogo alla sua immaginazione. Quasi la realtà trascolorasse accompagnata della fata verde dell’assenzio, la bevanda dei dandy e degli esteti ribelli dei quartieri malfamati, geniacci col monocolo e la mano meccanica. La fantasia festosamente straripante e sognante ha d’altra parte preso forma in un film che è un must per ogni buon Steampunk che si rispetti, Il castello errante di Howl (2005) del grande Miyazaki, l’immaginifico regista amatissimo dai giovani non conformi e un anno prima nel costosissimo lungometraggio di animazione del portentoso Katsuhiro Otomo, Steamboy (2004). La prima è la storia di un castello “vivente” che si muove su gambe meccaniche grazie a un fuoco che continuamente ne alimenta la vita. La sua porta si apre su tempi e luoghi diversi, proiettando lo spettatore in un mondo di sfrenata fantasia, a cui peraltro il “Disney nipponico” ha abituato da tempo i suoi numerosi estimatori.
Otomo, autore della saga del “ragazzo a vapore” e di un rifacimento a cartoni di Metropolis, ha anticipato in qualche modo i tempi, dando il là nel 2004 a un nuovo “cult” dopo il successo planetario ottenuto in precedenza con Akira, straordinaria e intricata opera d’animazione tipicamente cyberpunk. Steamboy è ambientato nella Londra di metà XIX secolo, narra le avvenutre di Ray, figlio e nipote di apprezzati scienziati, a cui viene recapitata una misteriosa sfera contenente vapore compresso ad alta densità che in molti vogliono. Tra fughe a perdifiato e voli vorticosi a cavallo della capsula a vapore, il film risulta davvero spettacolare.
La particolarità del film di Otomo è che le macchine disegnate e messe sullo schermo sono tutte state progettate da ingegneri e potenzialmente funzionanti. Esiste un librone del lungometraggio per collezionisti che raccoglie tutti i progetti delle macchine apparse nel film minuziosamente riportati, nel caso qualche punk con tuba e ghette volesse costruirsi da sé la sua moto a vapore! Oltre ai romanzi a fumetti e alle edizioni speciali rigorosamente a tiratura limitata di routine. Sino ad allora lo Steampunk è vissuto nei libri, iniziando nel 1979 con il romanzo Morlock Night, di K. W. Jeter, ambientato nella Londra vittoriana di metà ‘800 dominata da una avanzatissima tecnologia a vapore, elemento fondamentale per la rivoluzione industriale dell’epoca. Da ricordare poi Steampunk di Paul Di Filippo (Nord 1996, Tascabili Nord 1998) e Le macchine infernali (1987, Urania 1998) di Jeter.
Nel passato recente l’interesse nei confronti del fenomeno Steampunk è andato crescendo. Se Otomo pone da anni, nei suoi film d’animazione come nei suoi fumetti, il problema della tecnica auspicandone non un rifiuto, ma un diverso approccio, Miyazaki appare invece collocarsi su posizioni marcatamente ecologiste e in taluni casi luddiste. Comunque sia, ancora più recentemente lo Steampunk è andato in scena nella serie animata Last Exile, e aspetti non trascurabili di questa estetica sono rinvenibili nel film La bussola d’oro, in cui macchine volanti e meccanismi di vario genere, oltre a un vestiario “retrò”, ricordano vivamente le suggestioni riassunte nel volumetto della Killjoy. Nel frattempo fioriscono riviste on line e spazi in Second Life.
L’ispiratore dello stile in questione è chiaramente Jules Verne che con le sue tecnologie tardo ottocentesche e la passione per viaggi fantastici fornisce al gentleman punk la figura del Nautilus, nave misteriosa che ha tutte le caratteristiche di una città-pirata mobile estranea a ogni legge se non a quella del suo capitano. Del punk troviamo dunque l’attitudine al fai-da-te, si tratti di un computer portatile che diventa legnatile fino alla costruzione di una casa sull’albero, la Steampunk treehouse, di cui esiste un sito che merita d’essere visitato (www.steamtreehouse.com). In questo caso la fantasia e la progettualità hanno preso forma in una casa meccanica nel deserto americano. Tutto nell’ottica della modificabilità del prodotto, e soprattutto assemblato in osservanza dell’estetica vittoriana fatta di ferro e meccanica. Uno squat postmoderno e postatomico.
È stato chiamato fantascienza vittoriana, romanticismo scientifico, fantasy industriale, ma lo Steampunk è un genere e uno stile che immagina il passato per modificare il futuro: «siamo una comunità di maghi meccanici incantati dal mondo reale e avvinti dal mistero della possibilità. Stiamo ricostruendo il passato per assicurarci il futuro». Un futuro che la Guida Steampunk all’Apocalisse si prepara in tutta evidenza a considerare anche tra i peggiori. Con una buona dose di ironia l’autrice ci spiega le tattiche di sopravvivenza nel dopo-apocalisse, come costruirsi un riparo e come coltivare frutta e verdura, come purificare acqua contaminata e come difendersi dagli avversari affamati. Sembra più una situazione alla Mad Max che alla Steamboy, ma d’altra parte il movimento Steampunk è anarcoide nel modo tipicamente americano di esserlo, aperto a ogni influenza e talvolta fin troppo sognante. Utopie o meno, si tratta di un’estetica che ha un innegabile fascino e che ha se non altro il merito di porre il problema della tecnica senza rifiutarla a priori, ma vivacizzandola con fantasia e vitalismo.

domenica 15 febbraio 2009

Rivelare la mente e capitalismo



da www.mirorenzaglia.org/?p=5070 di Luca L. Rimbotti
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Ma noi diciamo: altro che mito della “sinistra”! La vera psichedelìa (dal greco psyché, mente, e delòo, mostrare = rivelatore della mente), quella che non è una truffa borghese ma un incanto per razze eroiche, la conoscevano bene Zarathustra, Empedocle, Şiva, Dioniso, gli sciamani tibetani e quelli pellerossa: l’ebbra capacità di aprirsi a illuminazioni superiori, tali da avvicinare l’uomo ad una potenza semidivina, attraverso l’uso di sostanze naturali, come l’idròmele, la canapa, l’ahoma, il peyote, il mescal. Le “nuvole” di Aristofane facevano volare alto, quando ad Atene era legge la nobiltà del sangue…Antichissima sapienza iniziatica della cultura etnica…dall’Oriente all’Occidente, essa ebbe forma tradizionale quanto altre mai: elitaria, sacerdotale, mistica, gerarchica, tipica delle maggiori civiltà guerriere di ogni tempo. Libertari? Egualitaristi? Solo ai “segnati” dal destino, attraverso questa potente porta della percezione, era consentito l’accesso ai poteri visionari, e il sapere da essi così raccolto diveniva per loro tramite un patrimonio comunitario. Non è un caso che della “droga” così concepita si siano sempre interessati personaggi che con l’immaginario depotenziato ed egualitario delle “sinistre” nulla hanno da spartire: da Blake a Poe, da Baudelaire a D’Annunzio a Pound, da Benn a Jünger a Evola…

La pecora psichedelica mondialista nulla sa di tutto questo: subito tosata dalle maggiori aziende commerciali americane, dopo decenni produce ancora a valanga. Ma, attenzione: quella pecora non vedeva l’ora di farsi tosare. E’ la legge dell’acido progressista: ai furbi integrati vanno i soldi, agli altri l’illusione. La finta “rivoluzione” psichedelica americana è frutto dello sfruttamento di un ritrovato chimico, è la sovversione dell’arcaico potere sciamanico, legato all’uso di sostanze naturali iniziatiche.

Il grande inganno americano è anche questo: la droga è quella “cultura psichedelica” che rende milioni di dollari alle élites del profitto: musicisti ben integrati, promoter, editoria “alternativa”, agenzie mondiali di spettacolo pop-rock, gestione internazionale delle discoteche rave, multinazionali discografiche…una macchina che produce i soliti “danni collaterali” del sistema capitalistico a benessere controllato: masse di scarti umani da sacrificare al moloch…
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lunedì 19 gennaio 2009

La fine della filosofia



Filosofia è metafisica. La metafisica è la storia del pensiero che pensa l’Essere dell’ente ma dimentica di pensare l’Essere nella sua verità come radura dell’aprentesi/celarsi. Dimentica cioè che l’ente può essere soltanto perché originariamente vi è un’apertura in cui può essere. La metafisica è il nichilismo autentico, nel senso che la metafisica è il nascondimento dell’Essere conforme alla verità (αλήθεια) dello stesso. Il problema decisivo è che la metafisica non può pensare l’essenza della metafisica e quindi non può raggiungere il suo compimento. Così la storia dell’Essere giunge al compiersi del nichilismo come oblio del nascondimento: la metafisica, non potendo comprendersi nella sua verità essenziale, crede di pensare l’Essere ma dimentica, primariamente, di interrogarsi sulla sua verità.
Soltanto abbandonando la filosofia in quanto metafisica è allora possibile portare a pieno compimento la metafisica e superarla. È necessario un raccoglimento del pensiero che uscendo dalla prospettiva metafisica prepari lo slancio verso l’ad-venire nell’autenticità dell’Essere. Heidegger afferma che alla filosofia deve subentrare un pensiero della semplicità che domandi soltanto attorno a ciò che è degno di essere saputo. «Il pensiero a venire non è più filosofia perché pensa in modo più originario della metafisica» (Heidegger, Lettera sull'umanismo). Solo superando la metafisica sarà possibile superare il nichilismo. È al termine della metafisica che si rende finalmente comprensibile la dimenticanza dell’Essere e torna quindi possibile un domandare genuino.
La fine della filosofia significa la realizzazione di tutte le sue possibilità; la fine è il raccoglimento delle sue possibilità estreme. La fine della metafisica si realizza nell’organizzazione tecnico-scientifica della civilizzazione euro-occidentale. Ma nella fine non c’è soltanto l’ultima possibilità, si fa presente anche la prima ed iniziale possibilità che la filosofia, in quanto tale, non poté assumere su di sé.
Lungo tutta la storia della filosofia che fino a Hegel, Nietzsche e Husserl, la Cosa a cui si rivolge il pensiero è la soggettività attraverso cui la cosa diviene presente. Nel richiamo alla Cosa però resta qualcosa di impensato che non può essere cura della filosofia interrogare. L’ente si mostra in un chiarore, chiarore che a sua volta presuppone una radura (Lichtung) che esso attraversa. L’apertura è ciò che concede un dare e un accogliere, ma è anche ciò che cela e custodisce. Nonostante agli inizi della filosofia la radura come esser-presente venga nominata (φύσις), questa resta comunque impensata poiché il lume della ragione rischiara solo ciò che è già aperto, ma non può creare le condizioni dell’aprirsi svelante.
Eppure già in Parmenide s’incontra l’αλήθεια la «ben rotonda svelatezza» intesa come un attorniare dove l’inizio coincide con la fine. «La radura rende possibile prima di tutto il sentiero che porta alla presenza e concede a quest’ultima di presentarsi» (Heidegger, La fine della filosofia e il compit del pensiero). L’αλήθεια, che però viene nominata all’inizio della filosofia, resta comunque non pensata anche a causa della sua resa con “verità”, che va poi a coincidere con il concetto di certezza e adeguatezza alla rappresentazione. In realtà è solo il significato di svelatezza che restituisce il senso autentico e permette di risalire al fatto decisivo che ogni certezza s’inserisce inizialmente e necessariamente all’interno della radura della presenza. Esperito e pensato è dunque solo ciò che l’apertura della radura concede. Che cosa sia la s-velatezza resta nascosto. Non soltanto per l’insufficienza della ragione, ma soprattutto perché il velarsi stesso appartiene all’αλήθεια.
Il pensiero essenziale ha allora, nell’epoca del nichilismo compiuto e della realizzazione della metafisica nelle sue ultime possibilità, il compito di domandare di ciò che rimane impensato ed è il più semplice. Così facendo il pensiero ricostruisce il legame con l’origine senza la quale un popolo non conosce la sua verità storica. «Quando poniamo nuovamente la domanda fondamentale della filosofia occidentale in base a un inizio più originario, siamo al servizio di quel compito che abbiamo definito come salvezza dell’Occidente. Esso può compiersi soltanto come riconquista dei rapporti originari con l’ente stesso, e come una nuova fondazione di tutto l’agire essenziale dei popoli rispetto a questi rapporti» (Heidegger, L'Europa e la filosofia tedesca).
Il rapporto che il pensare deve intrecciare con la verità dell’Essere non ha nulla a che vedere con un’impostazione soggettivistica. Questa ritornerebbe a essere una condizione metafisica e incapace di ac-cogliere l’Essere nel suo disvelamento. La vera conoscenza dell’Essere è un com-prendere in cui l’Essere concede ed apre la condizione in cui l’Esserci si trova da sempre calato, ed è un com-prendere perché l’Esserci a sua volta dà ascolto alla chiamata dell’Essere, si rivolge a lui concedendogli di aprirsi nella presenza. «Interrogare in modo autentico significa entrare in accordo armonico con ciò che viene interrogato» (Steiner).
La fine della metafisica, beninteso, non implica già di per sé un darsi dell’Essere nella su verità e un suo coglimento. La fine della metafisica mostra la possibilità prima che resta ancora inesaudita e che quindi ad-viene nell’avvenire come dimensione dell’autenticità storica destinale. «La conclusione della metafisica non può significare in nessun modo la fine dell’oblio dell’essere nel senso che l’essere diventi finalmente come tale oggetto di pensiero esplicito» (Vattimo).

lunedì 1 dicembre 2008

Obama, Brzezinski e Mumbai



Obama, Brzezinski e Mumbai

Manuel Zanarini

27 novembre 2008
Fonte: -http://www.anchesetuttinoino.splinder.com/
Segnalato da: Arianna editrice - Rassegna stampa del 27 novembre

Abbiamo ancora tutti negli occhi le impressionanti scene degli “attacchi terroristici” di ieri a Mumbai, la capitale economica dell’India. Ovviamente, è arrivata la prima rivendicazione, a firma “Deccan Mujahideen “, sigla praticamente sconosciuta. Chiaramente, per poter fare un’analisi completa della vicenda, bisognerà aspettare qualche giorno, e cercare di capire quali piste siano le più credibili; infatti, va ricordato che in India è anche presente una forte componente di guerriglia comunista. Personalmente, mi sbilancio e penso che si tratti di quello che in gergo viene chiamato “False flag attack”, cioè un’ operazione condotte, o tollerata, dai servizi segreti per poter scatenare una reazione esponenzialmente superiore, i più famosi casi del genere sono Pearl Harbour e l’11 Settembre

Per spiegare la mia opinione, farò un piccolo passo indietro, alla campagna elettorale americana e alla sua “mente occulta”. Il vero “cervello” dell’”operazione Obama” è tale Zbigniew Brzezinski, docente universitario e fondatore della Trilateral Commission. Non mi dilungherò troppo su tale argomento, ma basti dire che la Trilateral Commission, è un’organizzazione che comprende i più importanti politici e uomini d’affari Europei, Statunitensi ed Asiatici. In diversi suoi libri, il più significativo dei quali può essere considerato “The Grand Chessboard” del 1977, Brzezinski sosteneva che la priorità per gli Stati Uniti debba essere prendere il controllo del “cuore” di Eurasia, in particolar modo, delle risorse energetiche dell’Asia Centrale. Guarda caso, proprio in campagna elettorale, Barack Obama ha dichiarato che se fosse stato eletto avrebbe spostato le truppe dall’Iraq all’Afghanistan (“dove si nascondono i terroristi che ci hanno attaccato”) e inoltre affermava che se il Pakistan non avesse fatto nulla per fermare i terroristi presenti sul suo territorio, sarebbe intervenuta direttamente Washington. Solo coincidenze, oppure le parole dette da Obama sembrano prese dai libri di Brzezinski? Direi che vi sono pochi dubbi, soprattutto se si guarda ai primi nomi che circolano sul suo governo, da Axelrod alla Clinton, per finire con Volcker, tutti membri della Trilateral o del suo fratello Bilderberg Group. A questo va aggiunto che l’India si trova sostanzialmente ad un bivio: restare un alleato fedele di Washington, come negli anni passati, oppure avvicinarsi a Russia e Cina per creare un polo alternativo?

La mia impressione, pertanto, è che assisteremo, nel breve tempo, ad un’accentuarsi dei conflitti in Asia. Anzi a dire il vero ci sono già i primi segnali: basti considerare la situazione della Thailandia che internamente è minata dall’esercito(da sempre vicino alla CIA) che sostiene gli oppositori del governo, e all’esterno attaccata dalla Cambogia che da tempo ha l’appoggio di elementi del Bilderberg Group; oppure al Pakistan, e alle dimissioni forzate di Musharraf; e ora tocca all’India, colpita pochissimo tempo dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, e dove i “terroristi” non volevano colpire gli occidentali in genere, ma “casualmente” solo quelli di nazionalità Britannica o Statunitense.

Tutto questo, potrebbe fornire una “giustificazione” a Obama per “invadere” il cuore di Asia, secondo i disegni della sua guida Brzezinski. Più o meno quello che successo con l’Afghanistan e l’Iraq dopo l’11 Settembre. Il che mi porta a due considerazioni. La prima è che forse tutti quelli che si sono esaltati per la vittoria di Obama, dovrebbero riflettere meglio su quello che è realmente successo a Washington. La seconda è che stavolta non so se la Russia, ormai accerchiata, e soprattutto la Cina, che ha disperatamente bisogno delle risorse energetiche dell’Asia Centrale, staranno a guardare. Mie supposizioni o realtà? A breve avremo le risposte.

Osama Bin Laden



E' tutto falso, è tutta una catena.

lunedì 24 novembre 2008

Scegliere e operare



Arriva il tempo in cui ci si deve interrogare sulla propria militanza e su cosa si vuole essere. Bisogna essere capaci di critica profonda e inflessibile.
Cosa si vuole essere?
Cosa si sta facendo in questo senso? Si sta facendo? Si potrebbe fare di meglio? Cosa fare dunque e come?
Si danno spesso per scontato traguardi e riscontri che però non esistono, o sono solo effimeri. Il radicamento costa fatica e costanza, è doveroso costruire un'azione che sia progettuale e metodica, diversamente non si ottiene nulla.
Il punto fondamentale su cui si deve insistere è il cambio di approccio alla realtà ma anche a se stessi e alle proprie idee. Innovare. Si tratta evidentemente della difficoltà più grande, perchè il problema non è tanto essere uomini del proprio tempo, ma sapere anticipare i tempi.
Per raggiungere questo traguardo, per cambiare approccio alla realtà bisogna saper sacrificare tutto ciò che non è essenziale. Spogliarsi del superfluo, di ciò che ostacola e impedisce il raggiungimento di scopi strategici e fondamentali. Troppi luoghi comuni e rigidità di facciata finiscono col diventare zavorra.
Affinchè si muti prospettiva e si riesca ad anticipare i tempi, bisogna operare almeno su tre piani:

-interno alla comunità: formazione e selezione. Raggiungimento di un livello sufficiente di presenza a sè e preparazione pratico-intellettuale a breve termine. Senza preparazione e sacrificio non c'è azione e operatività progettuale. Esempio.

-radicamento sul territorio: attivismo e apertura. Sapersi rapportare in modo flessibile e coerente a seconda delle situazioni. Mantenere lo stile ma abbandonare tutte quegli aspetti estetici e linguistici che ostacolano un contatto umano. Interrogarsi su cosa fare e come farlo. Costruire con costanza e perseveranza una presenza sul territorio puntando su pochi argomenti sensibili e di ampio interesse (ad es. ambiente). Richiedere impegno e costanza dalla comunità. Uscire dalla propria cerchia, estendere le conoscenze, aprirsi positivamente. Riscontri positivi si ricavano già nel medio periodo.

-collaborazione con le istituzioni: dialogo, diplomazia, affidabilità. E' un ambito che richiede tempi lunghi per dare dei frutti solidi negli anni. Bisogna puntare sui rapporti umani curati da persone preparate, capaci e versatili. Intelligenza propositiva e capacità di cogliere le occasioni.

venerdì 14 novembre 2008

Sul primitivismo



commento a un post di http://nazional-anarchismoitalia.blogspot.com

Riguardo all'anarco primitivismo, sorgono due problemi di fondo. Il concetto di alienazione e l'idealizzazione del passato primordiale.
Alienazione è un falso concetto, pretende di essere "originario" e "scientifico" ma non lo è affatto. Il concetto di alienazione presuppone un'idea metafisica dell'uomo come esso dovrebbe essere - e non è più. Ma chi lo decide? Marx? Zerzan? Manca un'indagine originaria autentica, se vogliamo tradizionale o ontologica, dell'essere uomo storico. Perciò il fondamento su cui Zerzan - autore peraltro affascinante ma utopico - costruisce la sua dottrina è debole. Alienazione è un concetto non "scientifico" né "universale". Alienazione per me è una cosa del tutto differente dalla sua e la metafisica che questo concetto di derivazione marxiana presuppone è quanto di più anti-umanizzante esista. Esso stradica l'uomo dalla sua vita vissuta e istintiva, arrestandolo in una metafisica concettuale e pseudo-scientifica ad uso politico e propagandistico. Fai bene a precisare: ricordiamo che siamo uomini. L'uomo è sin dalle origini creatore e costuttore.
L'antropologia dice che l'uomo è diverso dagli animali perchè non ha tattiche di difesa e sopravvivenza innate. Perciò, se vuole vivere, deve crearsele. Leggi armi, fuoco e aratro. Diversamente, l'uomo sarebbe estinto da millenni, come chissà quante altre specie. L'istinto umano è la possibilità di scegliere i suoi istinti vitali. Cultura significa quindi mettere in ordine questa molteplicità di istinti accessibili (cfr. Gehlen, Spengler).
Di conseguenza, l'idea di una società anti e pre-tecnologica alla Zerzan risulta impraticabile. Primo perchè non tiene conto che senza le attuali tecnologie la stragrande maggioranza della popolazione mondiale morirebbe - il che sarebbe anche accettabile da una prospettiva radicalmente primitivsta ed ecologista, ma allora è più coerente Linkola. In una società di sussistenza il cibo non è disponibile per tutti. Se i miliardi di persone attuali sproofondassero in uno stadio pre-tecnologico primitivo i danni all'ecosistema sarebbero immensamente maggiori di quelli attuali! Danni enormi alla fauna e alla flora, assediate da orde di affamti che non possono più trovare il cibo nei supermercati e nei negozi. Le condizioni attuali non permettono dunque, a meno di un enorme diminuzione della popolazione umana, un ritorno a società senza tecnologie e basate su caccia e sussistenza.
In secondo luogo gli anarcoprimitivisti si creano una sorta di visione irrealistica della società dei primordi e dell'uomo primitivo. Nessuno oggi potrebbe sopravvivere in quelle condizioni. Come un aborigeno non riesce a vivere in una città, così un uomo della città nel 90% dei casi, se lasciato solo nella giungla, morirebbe. Non sarebbe neppure un male di per sè, si insisterebbe in una situazione di selezione naturale e conflitto, ma allora il discorso si fa ben più radicale e serio rispetto al ritorno al "paradiso in terra" dei primitivisti.
Saranno anche primitivi, ma il computer lo usano.
La tecnologia è un prodotto della natura umana, essa richiede non tanto un rifiuto, ma un nuovo tipo di uomo.
Un ultimo appunto: ben più seria e radicale mi pare la sfida stirneriana. E' quasi eroica quando dice: io ho costruito la mia causa sul nulla. Come a dire: se faccio piazza pulita di tutto, cosa resta? Chi sono io? Cosa voglio essere? In questo caso uno viene messo con le spalle al muro e inizia un lavoro prima di tutto su se stesso. Una sorta di Fight Club ante-litteram.

martedì 4 novembre 2008

Prevenire la follia!


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Vogliono il morto! Che a volerlo siano i “rivoluzionari” frustrati dalla perdita di ogni consenso e addestrati dai loro seminari politici all'eliminazione degli avversari è quasi normale. Non è normale, non è usuale, non è ammissibile, non accadeva neppure negli Anni Settanta, quello che alcuni fiancheggiatori, protettori e complici dei frustrati dei Centri Sociali e di Rifondazione stanno oggi facendo.

Non è accettabile che escano articoli compiacenti con i facinorosi, gli aggressori, i mazzieri stipendiati dai partiti, che alcune testate nazionali (Corriere della sera, Repubblica) hanno pubblicato. Non è immaginabile che si lascino esporre all'università liste di proscrizione con nomi e foto degli obiettivi da colpire, com'è accaduto lunedì mattina. E questo all'indomani di una prima serie di aggressioni commesse in Italia condite dall'improvviso apparire di attentati vari su obiettivi diversi. Uno scenario fosco che si ripete. Permettere tutto questo significa, esattamente come trentacinque anni fa, alimentare la spirale anziché interromperla.

Non è perdonabile che, trentacinque anni dopo, per un calcolo politicante da quattro soldi, ci sia chi, come Di Pietro, ripercorre la strada di Giacomo Mancini ammiccando a quelli che “uccidere un fascista non è reato”. Mancini se ne pentì, ma era troppo tardi. Di Pietro magari se ne pentirà anche lui ma già adesso non ha scuse perché egli ha davanti agli occhi il precedente del sangue che scorse a fiumi a causa della copertura politica al nascente terrorismo che il dirigente socialista di allora, come l'idv di oggi, non aveva saputo - o voluto - vedere. Gravissimo; ma paradossalmente nella gravità siamo già andati oltre.

Alla Rai nella serata di ieri è stato mandato in onda un filmato forse fornito proprio dal Blocco Studentesco e sono stati incredibilmente fissati dei fermo-immagine su studenti del Blocco Studentesco con la richiesta: “Sapete chi sono? Come si chiamano? Dove abitano?”. Poiché il Blocco che non ha niente da nascondere ha fornito molti filmati ai media, e poiché i volti e i nomi di ragazzi che fanno politica e chiedono regolari permessi sono noti alla polizia, quest'appello non può avere altro effetto se non quello di scaldare gli animi di chi già viene aizzato sul terreno incosciente dell'antifascismo militante dalla segreteria di un partito che non ha più alcun argomento politico e non avrà altra conseguenza se non quella di far capire a chi partecipa alla caccia all'uomo che gode di una copertura articolata e diffusa.

Se non li si ferma subito non tarderanno ad assassinare! Certo, come primo atto sarà denunciato legalmente chi usa la televisione come uno strumento personale e mette a rischio l'incolumità degli studenti, ma non basta. Urge una presa di posizione ferma da parte dei giornalisti e sono indispensabili le interrogazioni parlamentari.

Trentacinque anni fa si preferì lasciar divampare l'incendio ma stavolta, per fortuna, non ci sono solo piromani. Ma un pompere che dorme diventa incendiario a sua volta. Non si sottovaluti il pericolo e non si frappongano indugi! Neutralizziamo i mandanti e facciamolo subito!

Gabriele Adinolfi

mercoledì 29 ottobre 2008

Jean Thiriart: comincia da solo



Dal libro di Jean Thiriart: Un impero di 400 milioni di uomini L’Europa

Cominciare da solo
e contare su se stesso


“Vi sono delle persone che davanti ad una rivoluzione, nella sua origine, si comportano esattamente come dei giovincelli davanti alla porta di una casa di malaffare: dandosi dei colpi vicendevolmente col gomito: “se vai tu, vado anch’io”. Per finire che non ci va nessuno dei due.
Così di fronte alla proposta di una “lunga marcia politica” si dileguano con il pretesto che “gli altri non ci sono ancora”. Sono prigionieri di comportamenti gregari e non fanno se non ciò che gli “altri” fanno. Questo per quanto riguarda gli uomini presi individualmente.
Quando invece si osserva la condotta di gruppi politici che pretendono di essere concorrenti - in realtà non lo sono perché hanno obiettivi differenti – questi trovano un pretesto nel fatto che “ciò sarebbe un avvicinamento” per restare nella propria posizione e temporeggiare. La selezione di un piccolo numero si opera partendo da un grandissimo numero.
Accade così per i salmoni di cui pochissimi raggiungono l’età adulta. Accade così per le élites umane ed in particolare per le élites rivoluzionarie.
Accade lo stesso per i gruppi o gruppetti rivoluzionari. Un gruppo rivoluzionario è sempre stato in partenza – per forza di cose – un gruppetto. Per questo è un obbligo iniziare da “soli”. Attendere gli altri, desiderare gli “alleati” vuol dire comportarsi da seguace e non da precursore.
E soprattutto quando un gruppo si mette in moto che vede ingrossarsi i propri ranghi.
A guisa di una fanfara di paese: fin tanto che essa prepara i suoi strumenti, polarizza l’attenzione di pochi sciocchi, ma appena si mette in marcia e incomincia a suonare i suoi strumenti, uno per uno, gli sciocchi diventano seguaci.
Traendo una lezione da questo, diremo che non bisogna attendere di avere una orchestra al gran completo per mettersi in moto. Una volta iniziata la marcia, quel clarinetto che mancava arriverà, quel flautista che mancava verrà anch’esso.
Così nella sua tecnica di reclutamento – ciò non è valido per il combattimento – il movimento dovrà manifestarsi anche quando i suoi effettivi sono visibilmente incompleti, anche quando i suoi obiettivi sono smisurati e apparentemente assurdi rispetto alla sua consistenza.
Rimandare sempre la marcia con il pretesto che non si è ancora abbastanza numerosi, vuol dire condannarsi definitivamente all’inazione. Coloro che sono scoraggiati dal piccolo numero, non possiedono la qualità indispensabile ai veri capofila, la capacità di agire con un “numero disperato” e quella di fare una cosa non perché vi siano delle possibilità che essa riesca, ma perché deve essere fatta.
La diversità fra i due tipi d’uomini è facilmente osservabile anche nella vita di ogni giorno. Un uomo difenderà la sua donna contro due teppisti senza preoccuparsi della sua inferiorità numerica, egli lo farà perché “questo deve fare”.
Ugualmente, in pieno inverno, un uomo si getterà nell’acqua fredda per salvare un giovane senza attendere l’arrivo dei pompieri o di una ambulanza perché “questo si deve fare”. E’ il senso del dovere attivo.
L’impresa della rivoluzione nazional-europea è una azione che riuscirà. E’ nel senso della vita delle Nazioni.
Ma, nel momento in cui un uomo raggiunge la nostra falange, poco importa che egli sappia di poter vedere la vittoria. La strada di questa vittoria è cosparsa di tombe, non ne abbiamo alcun dubbio.
Per l’uomo di dovere, l’arruolamento non deve essere determinato dalla certezza della vittoria; il suo arruolamento deve essere un atto di fede, un atto di dovere e il comportamento una missione.
Che sia il 2° o il 2.000° o anche il 200.000° che raggiunge la formazione, questo – per gli uomini di valore – non ha alcun significato intrinseco. Egli giunge non appena ha saputo, si arruola non appena il mezzo per arruolarsi gli è stato proposto per la prima volta.
Quando un uomo di coraggio sale quattro a quattro i gradini di un edificio in fiamme per andare a salvare un bambino, non si preoccupa di sapere se i pompieri, che sono stati chiamati, siano ancora a 1 chilometro o a 10 chilometri dal luogo del sinistro.
E’ da queste azioni che si rivelano le élites e le élites rivoluzionarie. Solo essi fanno “ciò che deve essere fatto”. Le persone prive di decisione si giustificano frequentemente della loro inerzia ragionando su un “risveglio” sicuro dell’Esercito o su una vigilanza sicura della Chiesa.
Essi dicono allora: “mai l’Esercito permetterà questo” o ancora “la Chiesa millenaria, nella sua saggezza e nella sua potenza, porrà un freno in tempo”.
Si tratta ancora di pseudo-giustificazioni di vigliaccheria e di pigrizia.
L’Esercito “che non lascia fare” è un mito. I militari – e in particolare quelli di grado più alto – sono dei funzionari preoccupati della pensione e il loro senso dell’onore non giunge a far loro rischiare l’avanzamento.
La Chiesa è piena di progressisti e di deboli mentali, sul piano politico.
Esercito e Chiesa sono corrotti tanto quanto il resto della nostra società. La lebbra della viltà non li ha risparmiati.
Ci sarà necessario iniziare soli, terribilmente soli. Non bisogna assolutamente pensare che l’argine all’attuale ondata di vigliaccheria e di abbandono sia posto da corpi costituiti come i militari, la Chiesa o i magistrati.
Da piccola debolezza in piccola debolezza, essi lasceranno fare tutto, Eccetto rare eccezioni.
La rinascita del coraggio fisico in Europa sarà preparata da un piccolissimo gruppo d’avanguardia: quello al quale noi facciamo appello qui.
Solo in SEGUITO a questo gli elementi dell’ Esercito, della Chiesa, della Magistratura riacquisteranno il loro coraggio e ci aiuteranno.
Ma i primi saranno SOLI, terribilmente soli”.