lunedì 29 giugno 2009

Punk a vapore



In epoca vittoriana i punk esistevano e portavano la tuba. Si potrebbe introdurre così il volumetto pubblicato da XBook, Guida Steampunk all’Apocalisse (di M. Killjoy, 126 p., 11,50 euro). Da qualche anno nel mondo cosiddetto underground e delle sotto culture, l’estetica e la cultura Steampunk stanno gradualmente prendendo piede, talvolta guadagnando consensi nell’ambito più noto del Cyberpunk.
Una rapida definizione del fenomeno ce la fornisce un articoletto inserito nell’Appendice: «Steampunk è rimmaginare il passato con le percezioni ipertecnologiche del presente». A differenza della letteratura e del cinema Cyberpunk (Blade Runner, Johnny Mnemonic, Matrix), in cui la rappresentazione di mondi distopici, cupi e alienanti, serve da monito contro la tecnologia, lo Steampunk non rifiuta le tecnologie, ma immagina piuttosto che lo sviluppo tecnologico della rivoluzione industriale e dell’era vittoriana abbiano raggiunto traguardi in realtà mai visti, e che il vapore sia la principale fonte d’energia di enormi mostri meccanici. L’approccio steampunk alla tecnica non è di tipo luddista, guarda al passato per vedere un’epoca in cui era ancora possibile credere nei benefici diffusi delle tecnologie. Ecco quindi che la tendenza culturale che fa del vapore (steam) una peculiarità, diventa soprattutto uno stile ed un’estetica che unisce abiti e accessori retrò a qualcosa di meccanico: monocolo e orologio da taschino affianco di computer portatili coperti in legno pregiato e integrati da meccanismi a rotelle. Si tratta insomma di un’estetica postmoderna molto particolare, che a un gusto un po’ mitteleuropeo e reazionario per il vestiario unisce la carica ribelle e sguaiata del punk urbano; dirigibili e Ramones. Macchine a vapore dalle forme straordinarie e dalle capacità impensabili, Zeppelin, navi imponenti ed altre diavolerie meccaniche.
Il vapore e la tecnologia meccanica hanno un senso specifico: rispetto a circuiti elettrici e silicio, le rotelle e le componenti maneggiabili hanno un qualcosa di vivo, con esse si può stringere quasi un contatto e nel loro sbuffare paiono respirare. Si tratta di un approccio «che, rimandando a un’epoca in cui le macchine si potevano ancora costruire nel capanno degli attrezzi e chiunque poteva nel suo piccolo diventare un grande inventore, si spinge oltre il software libero per rivendicare un hardware open-source». I materiali con cui si compone un nuovo marchingegno acquistano una grande importanza, e già circolano in rete foto di chitarre elettriche, macchine a vapore funzionati e altro, modificate e manipolate secondo l’estetica Steampunk.
Il “punk a vapore” assume così le fattezze dello scienziato pazzo, chiuso nel suo laboratorio tra viti, pistoni e martelli, a dare libero sfogo alla sua immaginazione. Quasi la realtà trascolorasse accompagnata della fata verde dell’assenzio, la bevanda dei dandy e degli esteti ribelli dei quartieri malfamati, geniacci col monocolo e la mano meccanica. La fantasia festosamente straripante e sognante ha d’altra parte preso forma in un film che è un must per ogni buon Steampunk che si rispetti, Il castello errante di Howl (2005) del grande Miyazaki, l’immaginifico regista amatissimo dai giovani non conformi e un anno prima nel costosissimo lungometraggio di animazione del portentoso Katsuhiro Otomo, Steamboy (2004). La prima è la storia di un castello “vivente” che si muove su gambe meccaniche grazie a un fuoco che continuamente ne alimenta la vita. La sua porta si apre su tempi e luoghi diversi, proiettando lo spettatore in un mondo di sfrenata fantasia, a cui peraltro il “Disney nipponico” ha abituato da tempo i suoi numerosi estimatori.
Otomo, autore della saga del “ragazzo a vapore” e di un rifacimento a cartoni di Metropolis, ha anticipato in qualche modo i tempi, dando il là nel 2004 a un nuovo “cult” dopo il successo planetario ottenuto in precedenza con Akira, straordinaria e intricata opera d’animazione tipicamente cyberpunk. Steamboy è ambientato nella Londra di metà XIX secolo, narra le avvenutre di Ray, figlio e nipote di apprezzati scienziati, a cui viene recapitata una misteriosa sfera contenente vapore compresso ad alta densità che in molti vogliono. Tra fughe a perdifiato e voli vorticosi a cavallo della capsula a vapore, il film risulta davvero spettacolare.
La particolarità del film di Otomo è che le macchine disegnate e messe sullo schermo sono tutte state progettate da ingegneri e potenzialmente funzionanti. Esiste un librone del lungometraggio per collezionisti che raccoglie tutti i progetti delle macchine apparse nel film minuziosamente riportati, nel caso qualche punk con tuba e ghette volesse costruirsi da sé la sua moto a vapore! Oltre ai romanzi a fumetti e alle edizioni speciali rigorosamente a tiratura limitata di routine. Sino ad allora lo Steampunk è vissuto nei libri, iniziando nel 1979 con il romanzo Morlock Night, di K. W. Jeter, ambientato nella Londra vittoriana di metà ‘800 dominata da una avanzatissima tecnologia a vapore, elemento fondamentale per la rivoluzione industriale dell’epoca. Da ricordare poi Steampunk di Paul Di Filippo (Nord 1996, Tascabili Nord 1998) e Le macchine infernali (1987, Urania 1998) di Jeter.
Nel passato recente l’interesse nei confronti del fenomeno Steampunk è andato crescendo. Se Otomo pone da anni, nei suoi film d’animazione come nei suoi fumetti, il problema della tecnica auspicandone non un rifiuto, ma un diverso approccio, Miyazaki appare invece collocarsi su posizioni marcatamente ecologiste e in taluni casi luddiste. Comunque sia, ancora più recentemente lo Steampunk è andato in scena nella serie animata Last Exile, e aspetti non trascurabili di questa estetica sono rinvenibili nel film La bussola d’oro, in cui macchine volanti e meccanismi di vario genere, oltre a un vestiario “retrò”, ricordano vivamente le suggestioni riassunte nel volumetto della Killjoy. Nel frattempo fioriscono riviste on line e spazi in Second Life.
L’ispiratore dello stile in questione è chiaramente Jules Verne che con le sue tecnologie tardo ottocentesche e la passione per viaggi fantastici fornisce al gentleman punk la figura del Nautilus, nave misteriosa che ha tutte le caratteristiche di una città-pirata mobile estranea a ogni legge se non a quella del suo capitano. Del punk troviamo dunque l’attitudine al fai-da-te, si tratti di un computer portatile che diventa legnatile fino alla costruzione di una casa sull’albero, la Steampunk treehouse, di cui esiste un sito che merita d’essere visitato (www.steamtreehouse.com). In questo caso la fantasia e la progettualità hanno preso forma in una casa meccanica nel deserto americano. Tutto nell’ottica della modificabilità del prodotto, e soprattutto assemblato in osservanza dell’estetica vittoriana fatta di ferro e meccanica. Uno squat postmoderno e postatomico.
È stato chiamato fantascienza vittoriana, romanticismo scientifico, fantasy industriale, ma lo Steampunk è un genere e uno stile che immagina il passato per modificare il futuro: «siamo una comunità di maghi meccanici incantati dal mondo reale e avvinti dal mistero della possibilità. Stiamo ricostruendo il passato per assicurarci il futuro». Un futuro che la Guida Steampunk all’Apocalisse si prepara in tutta evidenza a considerare anche tra i peggiori. Con una buona dose di ironia l’autrice ci spiega le tattiche di sopravvivenza nel dopo-apocalisse, come costruirsi un riparo e come coltivare frutta e verdura, come purificare acqua contaminata e come difendersi dagli avversari affamati. Sembra più una situazione alla Mad Max che alla Steamboy, ma d’altra parte il movimento Steampunk è anarcoide nel modo tipicamente americano di esserlo, aperto a ogni influenza e talvolta fin troppo sognante. Utopie o meno, si tratta di un’estetica che ha un innegabile fascino e che ha se non altro il merito di porre il problema della tecnica senza rifiutarla a priori, ma vivacizzandola con fantasia e vitalismo.

domenica 15 febbraio 2009

Rivelare la mente e capitalismo



da www.mirorenzaglia.org/?p=5070 di Luca L. Rimbotti
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Ma noi diciamo: altro che mito della “sinistra”! La vera psichedelìa (dal greco psyché, mente, e delòo, mostrare = rivelatore della mente), quella che non è una truffa borghese ma un incanto per razze eroiche, la conoscevano bene Zarathustra, Empedocle, Şiva, Dioniso, gli sciamani tibetani e quelli pellerossa: l’ebbra capacità di aprirsi a illuminazioni superiori, tali da avvicinare l’uomo ad una potenza semidivina, attraverso l’uso di sostanze naturali, come l’idròmele, la canapa, l’ahoma, il peyote, il mescal. Le “nuvole” di Aristofane facevano volare alto, quando ad Atene era legge la nobiltà del sangue…Antichissima sapienza iniziatica della cultura etnica…dall’Oriente all’Occidente, essa ebbe forma tradizionale quanto altre mai: elitaria, sacerdotale, mistica, gerarchica, tipica delle maggiori civiltà guerriere di ogni tempo. Libertari? Egualitaristi? Solo ai “segnati” dal destino, attraverso questa potente porta della percezione, era consentito l’accesso ai poteri visionari, e il sapere da essi così raccolto diveniva per loro tramite un patrimonio comunitario. Non è un caso che della “droga” così concepita si siano sempre interessati personaggi che con l’immaginario depotenziato ed egualitario delle “sinistre” nulla hanno da spartire: da Blake a Poe, da Baudelaire a D’Annunzio a Pound, da Benn a Jünger a Evola…

La pecora psichedelica mondialista nulla sa di tutto questo: subito tosata dalle maggiori aziende commerciali americane, dopo decenni produce ancora a valanga. Ma, attenzione: quella pecora non vedeva l’ora di farsi tosare. E’ la legge dell’acido progressista: ai furbi integrati vanno i soldi, agli altri l’illusione. La finta “rivoluzione” psichedelica americana è frutto dello sfruttamento di un ritrovato chimico, è la sovversione dell’arcaico potere sciamanico, legato all’uso di sostanze naturali iniziatiche.

Il grande inganno americano è anche questo: la droga è quella “cultura psichedelica” che rende milioni di dollari alle élites del profitto: musicisti ben integrati, promoter, editoria “alternativa”, agenzie mondiali di spettacolo pop-rock, gestione internazionale delle discoteche rave, multinazionali discografiche…una macchina che produce i soliti “danni collaterali” del sistema capitalistico a benessere controllato: masse di scarti umani da sacrificare al moloch…
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lunedì 19 gennaio 2009

La fine della filosofia



Filosofia è metafisica. La metafisica è la storia del pensiero che pensa l’Essere dell’ente ma dimentica di pensare l’Essere nella sua verità come radura dell’aprentesi/celarsi. Dimentica cioè che l’ente può essere soltanto perché originariamente vi è un’apertura in cui può essere. La metafisica è il nichilismo autentico, nel senso che la metafisica è il nascondimento dell’Essere conforme alla verità (αλήθεια) dello stesso. Il problema decisivo è che la metafisica non può pensare l’essenza della metafisica e quindi non può raggiungere il suo compimento. Così la storia dell’Essere giunge al compiersi del nichilismo come oblio del nascondimento: la metafisica, non potendo comprendersi nella sua verità essenziale, crede di pensare l’Essere ma dimentica, primariamente, di interrogarsi sulla sua verità.
Soltanto abbandonando la filosofia in quanto metafisica è allora possibile portare a pieno compimento la metafisica e superarla. È necessario un raccoglimento del pensiero che uscendo dalla prospettiva metafisica prepari lo slancio verso l’ad-venire nell’autenticità dell’Essere. Heidegger afferma che alla filosofia deve subentrare un pensiero della semplicità che domandi soltanto attorno a ciò che è degno di essere saputo. «Il pensiero a venire non è più filosofia perché pensa in modo più originario della metafisica» (Heidegger, Lettera sull'umanismo). Solo superando la metafisica sarà possibile superare il nichilismo. È al termine della metafisica che si rende finalmente comprensibile la dimenticanza dell’Essere e torna quindi possibile un domandare genuino.
La fine della filosofia significa la realizzazione di tutte le sue possibilità; la fine è il raccoglimento delle sue possibilità estreme. La fine della metafisica si realizza nell’organizzazione tecnico-scientifica della civilizzazione euro-occidentale. Ma nella fine non c’è soltanto l’ultima possibilità, si fa presente anche la prima ed iniziale possibilità che la filosofia, in quanto tale, non poté assumere su di sé.
Lungo tutta la storia della filosofia che fino a Hegel, Nietzsche e Husserl, la Cosa a cui si rivolge il pensiero è la soggettività attraverso cui la cosa diviene presente. Nel richiamo alla Cosa però resta qualcosa di impensato che non può essere cura della filosofia interrogare. L’ente si mostra in un chiarore, chiarore che a sua volta presuppone una radura (Lichtung) che esso attraversa. L’apertura è ciò che concede un dare e un accogliere, ma è anche ciò che cela e custodisce. Nonostante agli inizi della filosofia la radura come esser-presente venga nominata (φύσις), questa resta comunque impensata poiché il lume della ragione rischiara solo ciò che è già aperto, ma non può creare le condizioni dell’aprirsi svelante.
Eppure già in Parmenide s’incontra l’αλήθεια la «ben rotonda svelatezza» intesa come un attorniare dove l’inizio coincide con la fine. «La radura rende possibile prima di tutto il sentiero che porta alla presenza e concede a quest’ultima di presentarsi» (Heidegger, La fine della filosofia e il compit del pensiero). L’αλήθεια, che però viene nominata all’inizio della filosofia, resta comunque non pensata anche a causa della sua resa con “verità”, che va poi a coincidere con il concetto di certezza e adeguatezza alla rappresentazione. In realtà è solo il significato di svelatezza che restituisce il senso autentico e permette di risalire al fatto decisivo che ogni certezza s’inserisce inizialmente e necessariamente all’interno della radura della presenza. Esperito e pensato è dunque solo ciò che l’apertura della radura concede. Che cosa sia la s-velatezza resta nascosto. Non soltanto per l’insufficienza della ragione, ma soprattutto perché il velarsi stesso appartiene all’αλήθεια.
Il pensiero essenziale ha allora, nell’epoca del nichilismo compiuto e della realizzazione della metafisica nelle sue ultime possibilità, il compito di domandare di ciò che rimane impensato ed è il più semplice. Così facendo il pensiero ricostruisce il legame con l’origine senza la quale un popolo non conosce la sua verità storica. «Quando poniamo nuovamente la domanda fondamentale della filosofia occidentale in base a un inizio più originario, siamo al servizio di quel compito che abbiamo definito come salvezza dell’Occidente. Esso può compiersi soltanto come riconquista dei rapporti originari con l’ente stesso, e come una nuova fondazione di tutto l’agire essenziale dei popoli rispetto a questi rapporti» (Heidegger, L'Europa e la filosofia tedesca).
Il rapporto che il pensare deve intrecciare con la verità dell’Essere non ha nulla a che vedere con un’impostazione soggettivistica. Questa ritornerebbe a essere una condizione metafisica e incapace di ac-cogliere l’Essere nel suo disvelamento. La vera conoscenza dell’Essere è un com-prendere in cui l’Essere concede ed apre la condizione in cui l’Esserci si trova da sempre calato, ed è un com-prendere perché l’Esserci a sua volta dà ascolto alla chiamata dell’Essere, si rivolge a lui concedendogli di aprirsi nella presenza. «Interrogare in modo autentico significa entrare in accordo armonico con ciò che viene interrogato» (Steiner).
La fine della metafisica, beninteso, non implica già di per sé un darsi dell’Essere nella su verità e un suo coglimento. La fine della metafisica mostra la possibilità prima che resta ancora inesaudita e che quindi ad-viene nell’avvenire come dimensione dell’autenticità storica destinale. «La conclusione della metafisica non può significare in nessun modo la fine dell’oblio dell’essere nel senso che l’essere diventi finalmente come tale oggetto di pensiero esplicito» (Vattimo).

Di Francesco Boco

lunedì 1 dicembre 2008

Obama, Brzezinski e Mumbai



Obama, Brzezinski e Mumbai

Manuel Zanarini

27 novembre 2008
Fonte: -http://www.anchesetuttinoino.splinder.com/
Segnalato da: Arianna editrice - Rassegna stampa del 27 novembre

Abbiamo ancora tutti negli occhi le impressionanti scene degli “attacchi terroristici” di ieri a Mumbai, la capitale economica dell’India. Ovviamente, è arrivata la prima rivendicazione, a firma “Deccan Mujahideen “, sigla praticamente sconosciuta. Chiaramente, per poter fare un’analisi completa della vicenda, bisognerà aspettare qualche giorno, e cercare di capire quali piste siano le più credibili; infatti, va ricordato che in India è anche presente una forte componente di guerriglia comunista. Personalmente, mi sbilancio e penso che si tratti di quello che in gergo viene chiamato “False flag attack”, cioè un’ operazione condotte, o tollerata, dai servizi segreti per poter scatenare una reazione esponenzialmente superiore, i più famosi casi del genere sono Pearl Harbour e l’11 Settembre

Per spiegare la mia opinione, farò un piccolo passo indietro, alla campagna elettorale americana e alla sua “mente occulta”. Il vero “cervello” dell’”operazione Obama” è tale Zbigniew Brzezinski, docente universitario e fondatore della Trilateral Commission. Non mi dilungherò troppo su tale argomento, ma basti dire che la Trilateral Commission, è un’organizzazione che comprende i più importanti politici e uomini d’affari Europei, Statunitensi ed Asiatici. In diversi suoi libri, il più significativo dei quali può essere considerato “The Grand Chessboard” del 1977, Brzezinski sosteneva che la priorità per gli Stati Uniti debba essere prendere il controllo del “cuore” di Eurasia, in particolar modo, delle risorse energetiche dell’Asia Centrale. Guarda caso, proprio in campagna elettorale, Barack Obama ha dichiarato che se fosse stato eletto avrebbe spostato le truppe dall’Iraq all’Afghanistan (“dove si nascondono i terroristi che ci hanno attaccato”) e inoltre affermava che se il Pakistan non avesse fatto nulla per fermare i terroristi presenti sul suo territorio, sarebbe intervenuta direttamente Washington. Solo coincidenze, oppure le parole dette da Obama sembrano prese dai libri di Brzezinski? Direi che vi sono pochi dubbi, soprattutto se si guarda ai primi nomi che circolano sul suo governo, da Axelrod alla Clinton, per finire con Volcker, tutti membri della Trilateral o del suo fratello Bilderberg Group. A questo va aggiunto che l’India si trova sostanzialmente ad un bivio: restare un alleato fedele di Washington, come negli anni passati, oppure avvicinarsi a Russia e Cina per creare un polo alternativo?

La mia impressione, pertanto, è che assisteremo, nel breve tempo, ad un’accentuarsi dei conflitti in Asia. Anzi a dire il vero ci sono già i primi segnali: basti considerare la situazione della Thailandia che internamente è minata dall’esercito(da sempre vicino alla CIA) che sostiene gli oppositori del governo, e all’esterno attaccata dalla Cambogia che da tempo ha l’appoggio di elementi del Bilderberg Group; oppure al Pakistan, e alle dimissioni forzate di Musharraf; e ora tocca all’India, colpita pochissimo tempo dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, e dove i “terroristi” non volevano colpire gli occidentali in genere, ma “casualmente” solo quelli di nazionalità Britannica o Statunitense.

Tutto questo, potrebbe fornire una “giustificazione” a Obama per “invadere” il cuore di Asia, secondo i disegni della sua guida Brzezinski. Più o meno quello che successo con l’Afghanistan e l’Iraq dopo l’11 Settembre. Il che mi porta a due considerazioni. La prima è che forse tutti quelli che si sono esaltati per la vittoria di Obama, dovrebbero riflettere meglio su quello che è realmente successo a Washington. La seconda è che stavolta non so se la Russia, ormai accerchiata, e soprattutto la Cina, che ha disperatamente bisogno delle risorse energetiche dell’Asia Centrale, staranno a guardare. Mie supposizioni o realtà? A breve avremo le risposte.

Osama Bin Laden



E' tutto falso, è tutta una catena.

lunedì 24 novembre 2008

Scegliere e operare



Arriva il tempo in cui ci si deve interrogare sulla propria militanza e su cosa si vuole essere. Bisogna essere capaci di critica profonda e inflessibile.
Cosa si vuole essere?
Cosa si sta facendo in questo senso? Si sta facendo? Si potrebbe fare di meglio? Cosa fare dunque e come?
Si danno spesso per scontato traguardi e riscontri che però non esistono, o sono solo effimeri. Il radicamento costa fatica e costanza, è doveroso costruire un'azione che sia progettuale e metodica, diversamente non si ottiene nulla.
Il punto fondamentale su cui si deve insistere è il cambio di approccio alla realtà ma anche a se stessi e alle proprie idee. Innovare. Si tratta evidentemente della difficoltà più grande, perchè il problema non è tanto essere uomini del proprio tempo, ma sapere anticipare i tempi.
Per raggiungere questo traguardo, per cambiare approccio alla realtà bisogna saper sacrificare tutto ciò che non è essenziale. Spogliarsi del superfluo, di ciò che ostacola e impedisce il raggiungimento di scopi strategici e fondamentali. Troppi luoghi comuni e rigidità di facciata finiscono col diventare zavorra.
Affinchè si muti prospettiva e si riesca ad anticipare i tempi, bisogna operare almeno su tre piani:

-interno alla comunità: formazione e selezione. Raggiungimento di un livello sufficiente di presenza a sè e preparazione pratico-intellettuale a breve termine. Senza preparazione e sacrificio non c'è azione e operatività progettuale. Esempio.

-radicamento sul territorio: attivismo e apertura. Sapersi rapportare in modo flessibile e coerente a seconda delle situazioni. Mantenere lo stile ma abbandonare tutte quegli aspetti estetici e linguistici che ostacolano un contatto umano. Interrogarsi su cosa fare e come farlo. Costruire con costanza e perseveranza una presenza sul territorio puntando su pochi argomenti sensibili e di ampio interesse (ad es. ambiente). Richiedere impegno e costanza dalla comunità. Uscire dalla propria cerchia, estendere le conoscenze, aprirsi positivamente. Riscontri positivi si ricavano già nel medio periodo.

-collaborazione con le istituzioni: dialogo, diplomazia, affidabilità. E' un ambito che richiede tempi lunghi per dare dei frutti solidi negli anni. Bisogna puntare sui rapporti umani curati da persone preparate, capaci e versatili. Intelligenza propositiva e capacità di cogliere le occasioni.

venerdì 14 novembre 2008

Sul primitivismo



commento a un post di http://nazional-anarchismoitalia.blogspot.com

Riguardo all'anarco primitivismo, sorgono due problemi di fondo. Il concetto di alienazione e l'idealizzazione del passato primordiale.
Alienazione è un falso concetto, pretende di essere "originario" e "scientifico" ma non lo è affatto. Il concetto di alienazione presuppone un'idea metafisica dell'uomo come esso dovrebbe essere - e non è più. Ma chi lo decide? Marx? Zerzan? Manca un'indagine originaria autentica, se vogliamo tradizionale o ontologica, dell'essere uomo storico. Perciò il fondamento su cui Zerzan - autore peraltro affascinante ma utopico - costruisce la sua dottrina è debole. Alienazione è un concetto non "scientifico" né "universale". Alienazione per me è una cosa del tutto differente dalla sua e la metafisica che questo concetto di derivazione marxiana presuppone è quanto di più anti-umanizzante esista. Esso stradica l'uomo dalla sua vita vissuta e istintiva, arrestandolo in una metafisica concettuale e pseudo-scientifica ad uso politico e propagandistico. Fai bene a precisare: ricordiamo che siamo uomini. L'uomo è sin dalle origini creatore e costuttore.
L'antropologia dice che l'uomo è diverso dagli animali perchè non ha tattiche di difesa e sopravvivenza innate. Perciò, se vuole vivere, deve crearsele. Leggi armi, fuoco e aratro. Diversamente, l'uomo sarebbe estinto da millenni, come chissà quante altre specie. L'istinto umano è la possibilità di scegliere i suoi istinti vitali. Cultura significa quindi mettere in ordine questa molteplicità di istinti accessibili (cfr. Gehlen, Spengler).
Di conseguenza, l'idea di una società anti e pre-tecnologica alla Zerzan risulta impraticabile. Primo perchè non tiene conto che senza le attuali tecnologie la stragrande maggioranza della popolazione mondiale morirebbe - il che sarebbe anche accettabile da una prospettiva radicalmente primitivsta ed ecologista, ma allora è più coerente Linkola. In una società di sussistenza il cibo non è disponibile per tutti. Se i miliardi di persone attuali sproofondassero in uno stadio pre-tecnologico primitivo i danni all'ecosistema sarebbero immensamente maggiori di quelli attuali! Danni enormi alla fauna e alla flora, assediate da orde di affamti che non possono più trovare il cibo nei supermercati e nei negozi. Le condizioni attuali non permettono dunque, a meno di un enorme diminuzione della popolazione umana, un ritorno a società senza tecnologie e basate su caccia e sussistenza.
In secondo luogo gli anarcoprimitivisti si creano una sorta di visione irrealistica della società dei primordi e dell'uomo primitivo. Nessuno oggi potrebbe sopravvivere in quelle condizioni. Come un aborigeno non riesce a vivere in una città, così un uomo della città nel 90% dei casi, se lasciato solo nella giungla, morirebbe. Non sarebbe neppure un male di per sè, si insisterebbe in una situazione di selezione naturale e conflitto, ma allora il discorso si fa ben più radicale e serio rispetto al ritorno al "paradiso in terra" dei primitivisti.
Saranno anche primitivi, ma il computer lo usano.
La tecnologia è un prodotto della natura umana, essa richiede non tanto un rifiuto, ma un nuovo tipo di uomo.
Un ultimo appunto: ben più seria e radicale mi pare la sfida stirneriana. E' quasi eroica quando dice: io ho costruito la mia causa sul nulla. Come a dire: se faccio piazza pulita di tutto, cosa resta? Chi sono io? Cosa voglio essere? In questo caso uno viene messo con le spalle al muro e inizia un lavoro prima di tutto su se stesso. Una sorta di Fight Club ante-litteram.

martedì 4 novembre 2008

Prevenire la follia!


www.noreporter.org

Vogliono il morto! Che a volerlo siano i “rivoluzionari” frustrati dalla perdita di ogni consenso e addestrati dai loro seminari politici all'eliminazione degli avversari è quasi normale. Non è normale, non è usuale, non è ammissibile, non accadeva neppure negli Anni Settanta, quello che alcuni fiancheggiatori, protettori e complici dei frustrati dei Centri Sociali e di Rifondazione stanno oggi facendo.

Non è accettabile che escano articoli compiacenti con i facinorosi, gli aggressori, i mazzieri stipendiati dai partiti, che alcune testate nazionali (Corriere della sera, Repubblica) hanno pubblicato. Non è immaginabile che si lascino esporre all'università liste di proscrizione con nomi e foto degli obiettivi da colpire, com'è accaduto lunedì mattina. E questo all'indomani di una prima serie di aggressioni commesse in Italia condite dall'improvviso apparire di attentati vari su obiettivi diversi. Uno scenario fosco che si ripete. Permettere tutto questo significa, esattamente come trentacinque anni fa, alimentare la spirale anziché interromperla.

Non è perdonabile che, trentacinque anni dopo, per un calcolo politicante da quattro soldi, ci sia chi, come Di Pietro, ripercorre la strada di Giacomo Mancini ammiccando a quelli che “uccidere un fascista non è reato”. Mancini se ne pentì, ma era troppo tardi. Di Pietro magari se ne pentirà anche lui ma già adesso non ha scuse perché egli ha davanti agli occhi il precedente del sangue che scorse a fiumi a causa della copertura politica al nascente terrorismo che il dirigente socialista di allora, come l'idv di oggi, non aveva saputo - o voluto - vedere. Gravissimo; ma paradossalmente nella gravità siamo già andati oltre.

Alla Rai nella serata di ieri è stato mandato in onda un filmato forse fornito proprio dal Blocco Studentesco e sono stati incredibilmente fissati dei fermo-immagine su studenti del Blocco Studentesco con la richiesta: “Sapete chi sono? Come si chiamano? Dove abitano?”. Poiché il Blocco che non ha niente da nascondere ha fornito molti filmati ai media, e poiché i volti e i nomi di ragazzi che fanno politica e chiedono regolari permessi sono noti alla polizia, quest'appello non può avere altro effetto se non quello di scaldare gli animi di chi già viene aizzato sul terreno incosciente dell'antifascismo militante dalla segreteria di un partito che non ha più alcun argomento politico e non avrà altra conseguenza se non quella di far capire a chi partecipa alla caccia all'uomo che gode di una copertura articolata e diffusa.

Se non li si ferma subito non tarderanno ad assassinare! Certo, come primo atto sarà denunciato legalmente chi usa la televisione come uno strumento personale e mette a rischio l'incolumità degli studenti, ma non basta. Urge una presa di posizione ferma da parte dei giornalisti e sono indispensabili le interrogazioni parlamentari.

Trentacinque anni fa si preferì lasciar divampare l'incendio ma stavolta, per fortuna, non ci sono solo piromani. Ma un pompere che dorme diventa incendiario a sua volta. Non si sottovaluti il pericolo e non si frappongano indugi! Neutralizziamo i mandanti e facciamolo subito!

Gabriele Adinolfi

mercoledì 29 ottobre 2008

Jean Thiriart: comincia da solo



Dal libro di Jean Thiriart: Un impero di 400 milioni di uomini L’Europa

Cominciare da solo
e contare su se stesso


“Vi sono delle persone che davanti ad una rivoluzione, nella sua origine, si comportano esattamente come dei giovincelli davanti alla porta di una casa di malaffare: dandosi dei colpi vicendevolmente col gomito: “se vai tu, vado anch’io”. Per finire che non ci va nessuno dei due.
Così di fronte alla proposta di una “lunga marcia politica” si dileguano con il pretesto che “gli altri non ci sono ancora”. Sono prigionieri di comportamenti gregari e non fanno se non ciò che gli “altri” fanno. Questo per quanto riguarda gli uomini presi individualmente.
Quando invece si osserva la condotta di gruppi politici che pretendono di essere concorrenti - in realtà non lo sono perché hanno obiettivi differenti – questi trovano un pretesto nel fatto che “ciò sarebbe un avvicinamento” per restare nella propria posizione e temporeggiare. La selezione di un piccolo numero si opera partendo da un grandissimo numero.
Accade così per i salmoni di cui pochissimi raggiungono l’età adulta. Accade così per le élites umane ed in particolare per le élites rivoluzionarie.
Accade lo stesso per i gruppi o gruppetti rivoluzionari. Un gruppo rivoluzionario è sempre stato in partenza – per forza di cose – un gruppetto. Per questo è un obbligo iniziare da “soli”. Attendere gli altri, desiderare gli “alleati” vuol dire comportarsi da seguace e non da precursore.
E soprattutto quando un gruppo si mette in moto che vede ingrossarsi i propri ranghi.
A guisa di una fanfara di paese: fin tanto che essa prepara i suoi strumenti, polarizza l’attenzione di pochi sciocchi, ma appena si mette in marcia e incomincia a suonare i suoi strumenti, uno per uno, gli sciocchi diventano seguaci.
Traendo una lezione da questo, diremo che non bisogna attendere di avere una orchestra al gran completo per mettersi in moto. Una volta iniziata la marcia, quel clarinetto che mancava arriverà, quel flautista che mancava verrà anch’esso.
Così nella sua tecnica di reclutamento – ciò non è valido per il combattimento – il movimento dovrà manifestarsi anche quando i suoi effettivi sono visibilmente incompleti, anche quando i suoi obiettivi sono smisurati e apparentemente assurdi rispetto alla sua consistenza.
Rimandare sempre la marcia con il pretesto che non si è ancora abbastanza numerosi, vuol dire condannarsi definitivamente all’inazione. Coloro che sono scoraggiati dal piccolo numero, non possiedono la qualità indispensabile ai veri capofila, la capacità di agire con un “numero disperato” e quella di fare una cosa non perché vi siano delle possibilità che essa riesca, ma perché deve essere fatta.
La diversità fra i due tipi d’uomini è facilmente osservabile anche nella vita di ogni giorno. Un uomo difenderà la sua donna contro due teppisti senza preoccuparsi della sua inferiorità numerica, egli lo farà perché “questo deve fare”.
Ugualmente, in pieno inverno, un uomo si getterà nell’acqua fredda per salvare un giovane senza attendere l’arrivo dei pompieri o di una ambulanza perché “questo si deve fare”. E’ il senso del dovere attivo.
L’impresa della rivoluzione nazional-europea è una azione che riuscirà. E’ nel senso della vita delle Nazioni.
Ma, nel momento in cui un uomo raggiunge la nostra falange, poco importa che egli sappia di poter vedere la vittoria. La strada di questa vittoria è cosparsa di tombe, non ne abbiamo alcun dubbio.
Per l’uomo di dovere, l’arruolamento non deve essere determinato dalla certezza della vittoria; il suo arruolamento deve essere un atto di fede, un atto di dovere e il comportamento una missione.
Che sia il 2° o il 2.000° o anche il 200.000° che raggiunge la formazione, questo – per gli uomini di valore – non ha alcun significato intrinseco. Egli giunge non appena ha saputo, si arruola non appena il mezzo per arruolarsi gli è stato proposto per la prima volta.
Quando un uomo di coraggio sale quattro a quattro i gradini di un edificio in fiamme per andare a salvare un bambino, non si preoccupa di sapere se i pompieri, che sono stati chiamati, siano ancora a 1 chilometro o a 10 chilometri dal luogo del sinistro.
E’ da queste azioni che si rivelano le élites e le élites rivoluzionarie. Solo essi fanno “ciò che deve essere fatto”. Le persone prive di decisione si giustificano frequentemente della loro inerzia ragionando su un “risveglio” sicuro dell’Esercito o su una vigilanza sicura della Chiesa.
Essi dicono allora: “mai l’Esercito permetterà questo” o ancora “la Chiesa millenaria, nella sua saggezza e nella sua potenza, porrà un freno in tempo”.
Si tratta ancora di pseudo-giustificazioni di vigliaccheria e di pigrizia.
L’Esercito “che non lascia fare” è un mito. I militari – e in particolare quelli di grado più alto – sono dei funzionari preoccupati della pensione e il loro senso dell’onore non giunge a far loro rischiare l’avanzamento.
La Chiesa è piena di progressisti e di deboli mentali, sul piano politico.
Esercito e Chiesa sono corrotti tanto quanto il resto della nostra società. La lebbra della viltà non li ha risparmiati.
Ci sarà necessario iniziare soli, terribilmente soli. Non bisogna assolutamente pensare che l’argine all’attuale ondata di vigliaccheria e di abbandono sia posto da corpi costituiti come i militari, la Chiesa o i magistrati.
Da piccola debolezza in piccola debolezza, essi lasceranno fare tutto, Eccetto rare eccezioni.
La rinascita del coraggio fisico in Europa sarà preparata da un piccolissimo gruppo d’avanguardia: quello al quale noi facciamo appello qui.
Solo in SEGUITO a questo gli elementi dell’ Esercito, della Chiesa, della Magistratura riacquisteranno il loro coraggio e ci aiuteranno.
Ma i primi saranno SOLI, terribilmente soli”.

Jean Thiriart e Julius Evola



Avvertenza: ripubblichiamo qui un articolo risalente al 2004. Lo stile e i contenuti sono dunque legati agli interessi di qualche anno fa. Ciò che importa oggi è riportare un pò di attenzione sull'opera e la militanza di Jean Thiriart, che resta attuale e ispiratrice.

Jean Thiriart e Julius Evola: una conciliazione possibile?

Aleksander Dugin ed il neoeurasismo russo, unire Thiriart ad Evola.


Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine,
ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi
in un tempo futuro.
Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar
libero corso alle forze e ai processi dell’epoca,
mantenendosi però saldi e pronti ad intervenire quando
“la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca,
sarà stanca di correre.”
Julius Evola, Cavalcare la Tigre


Già in Jean Thiriart: l’Europa come rivoluzione abbiamo affrontato la teoria geopolitica di Thiriart riassumibile nella formula “Europa unita da Dublino a Vladivostok”, tuttavia non abbiamo accennato ad un argomento che oggi si impone necessariamente alla nostra attenzione.
La dottrina geopolitica grand-europea o se preferiamo eurasiatica risulta, oltre che incomprensibile, pressoché inadeguata alle esigenze future se ad essa non si associa una rivalutazione, una attualizzazione di quei valori astorici di tipo tradizionale i quali, soli, sono capaci di restituire alle genti d’Eurasia e della Terra, i veri e più profondi principi per una vita secondo giustizia ed armonia.
Non è di secondaria importanza quindi considerare come possa accordarsi la visione tradizionalista di Julius Evola con la geopolitica ad indirizzo eurasista.
Dugin prende in considerazione questo tema in un paragrafo del suo saggio Julius Evola ed il tradizionalismo russo. Facciamo brevemente il punto.
In Imperialismo Pagano emerge la pressoché nulla stima nei confronti dei popoli slavi, dei quali si dice che non conobbero la tradizione, vedendo forse nell’Est una terra barbarica, nemico naturale delle tradizioni centro-europee. La visione geopolitica evoliana, né Oriente (capitalismo americano) né Oriente (comunismo sovietico) – Europa coincide sostanzialmente con la visione geopolitica iniziale propria di Jean Thiriart: né Occidente, né Oriente – Europa Imperiale.
In Evola quindi «la valutazione del socialismo come qualcosa di essenzialmente antitradizionale va di pari passo con la scarsa stima per la civiltà slava.»1
Tuttavia in Thiriart il socialismo non è più un nemico, esso presenta dei lati positivi. «Egli ha riconosciuto nel sistema socialista sovietico molte più affinità con i propri ideali che non nel mondo capitalista.»2
Nel momento in cui Thiriart lancerà il motto “l’Europa da Dublino a Vladivostok”, di fatto affermerà la compatibilità del terzaforzismo europeo con l’orientamento eurasiatico socialista.
Pure senza abbandonare la propria avversione nei confronti dei sistemi comunisti: «tra un mezzo secolo il comunismo arriverà, volente o nolente, al comunitarismo.»3
Questa frase è tratta da un testo degli anni ’60: non sbagliò previsione.

Thiriart individuò nel nazional-comunismo, cioè in un comunismo scevro del dogmatismo marxista ed arricchito dal sentimento di appartenenza nazionale, un alleato ed anzi un sistema politico attuabile. In ogni caso il sistema ideale era il comunitarismo, un socialismo a dimensione nazionale, che avrebbe dovuto riformare il comunismo e sostituire il capitalismo.
Con l’individuazione del nemico unico negli USA «il campo socialista è stato piuttosto percepito come “il possibile alleato”.»4
Con la nuova teoria geopolitica dell’Impero Euro-sovietico, l’Eurasia oggi così attuale, la formula divenne, di fatto: Oriente contro Occidente, europei contro atlantisti.
Crollati i regimi comunisti di dottrina marxista - poiché il nazional-comunismo è un comunitarismo a dimensione imperiale-continentale – la teoria thiriartiana dell’Impero Euro-sovietico attualizza coerentemente la rivolta antimodernista evoliana. Parliamo di rivoluzione in senso originario quindi, una vera e propria rivolta contro ciò che rappresenta il mondo moderno in ogni suo aspetto.
Il problema principale che Evola pone all’uomo differenziato «è di carattere interno: rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una forma, creare in sé stessi un ordine e una drittura […] ricostruire lentamente un uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito e una adeguata visione della vita.»5
«L’Impero euro-sovietico da Vladivostok fino a Dublino, il campo della rivolta paradossale dei “rossobruni” eurasisti in cerca del Regnum si oppone totalmente alla modernità – a questa modernità che si concretizza escatologicamente nel “dominio assoluto del capitale” e nella “mentalità semitico-mercantile”, nell’avvento finale del tipo sociale che non appartiene né alla terza, né alla quarta casta tradizionale indoeuropea – tutto ciò si può dedurre dalla lettura “russa” di Evola, dalla lettura “rivoluzionaria” di Evola che sbriciola la scolastica tradizionalista impotente, accademica, e rincuora e rivivifica il suo spirito che, d’altronde, non è morto.»6
Dugin e la corrente eurasista parlano di Imperium7 Eurasiatico, un contatto con la dottrina evoliana8 è solidamente presente anche in questo caso. Oltre all’antimodernismo radicale insito nella teoria geopolitica eurasista, pure l’idea ghibellina ne esce rivalutata.
«La sua formula ghibellina è chiara: l’Impero contro la Chiesa, Roma contro il Vaticano, la sacralità organica e immanente contro le astrazioni devozionali e sentimentali della fede. […]Per i tradizionalisti ortodossi la separazione cattolica tra il Re e il Papa non è concepibile e rivela l’eresia, chiamata precisamente “eresia latina”. In questa concezione russo-ortodossa si ritrova l’ideale puramente ghibellino in cui l’Impero è talmente valorizzato teologicamente che non si può concepire la Chiesa come qualcosa di estraneo e isolato da esso.» 9
E quindi Terza Roma – Terzo Reich – Terza Internazionale. Eurasia.

Pure l’avversione evoliana nei confronti dei popoli slavi non regge per quanto concerne l’aspetto della tradizione religiosa: «secondo lui l’intera tradizione cristiana è l’espressione della degenerazione ciclica, una radice della decadenza dell’Occidente tradizionale e la “sovversione” dello spirito del Sud, della mentalità “semitica” proiettata al Nord europeo ariano.»10
Dugin scrive: «Il devozionismo e il papismo del Vaticano sono gli oggetti di critica costante dell’Ortodossia contro il cattolicesimo. […]Lo spirito ortodosso è contemplativo, apofantico, esicastico, comunitario e risolutamente anti-individualista. Il fine nettamente dichiarato dell’Ortodossia è la “deificazione” dell’uomo per via ascetica descritta nei termini puramente esoterici e utilizzando i procedimenti iniziatici.»11
Jean Thiriart ha profondamente influenzato la visione eurasista, di cui oggi ne è il portavoce più conosciuto Aleksander Dugin; unire le teorie geopolitiche eurasiste al tradizionalismo evoliano dona una solida dimensione mistica e spirituale a quello che altrimenti resterebbe niente più che pragmatismo politico.
Ci troviamo di fronte quindi ad una visione del mondo imperiale, comunitaria, radicalmente antimodernista. Se Jean Thiriart, da giacobino e pragmatico, non prese in considerazione la dimensione spirituale e tradizionale nei suoi scritti , a sua volta Evola non diede una dimensione geopolitica definita ai suoi studi sulla Tradizione. La sua visione politica finì con l’individuare negli USA il “male minore” in periodo di Guerra Fredda12, con l’elogiare l’Arabia Saudita Waabita preferendola all’Egitto rivoluzionario e socialista di Nasser13 , così come ad elogiare l’efficienza militare dell’entità sionista, quale avamposto della “civiltà occidentale”.
Insomma, le posizioni politiche di Evola certo poco ci avrebbero rappresentato, ciò che oggi ci interessa è una attualizzazione delle dottrine tradizionali da lui studiate, cosa che l’Imperium Euro-russo tenta di fare su scala continentale.



Note

1- A. Dugin, Julius Evola ed il tradizionalismo russo, Edizioni Nuovi Orizzonti Europei Pag. 10. Oggi in Eurasia, Nuove idee.
2- A. Dugin, op. cit. Pag. 11
3- J. Th., La grande nazione… , SEB, Pag. 50
4- A.Dugin, op. cit. Pag. 11
5- Julius Evola, Orientamenti, Ar Pag. 19
6- A. Dugin, op. cit. Pag. 12
7- «… deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsi nuove dignità e, al vertice, deve troneggiare una superiore funzione di comando, di imperium.» In J. Evola, op. cit. Pag. 25
8- «Solo nel segno dell’Impero l’Europa potrebbe tornare una – una come una nazione spirituale ed un blocco di civiltà.» Julius Evola, Impero e civiltà in Imperium n.2 giugno 1950, ristampa anastatica a cura di Settimo Sigillo.
9- A. Dugin, op. cit. Pag 3; Evola scriverà : «Spiritualmente, è il prender forma di un tipo di cultura caratterizzata dal dualismo, dalla depoliticizzazione, dalla scissione e dall’assolutizzazione del particolare.» In Imperium, ristampa anastatica.
10- A. Dugin, op. cit. Pag. 7
11- A.Dugin, op. cit. Pag. 7
12- «A guardar solo all’immediato, sussiste di certo la scelta del male minore perchè la vittoria militare dell’”Oriente” implicherebbe la distruzione fisica immediate degli ultimi esponenti della resistenza. Ma in sede di idea, Russia e Nord-America sono da considerarsi come due branche di una stessa tenaglia in via di stringersi definitivamente intorno all’Europa.» In J. Evola, op. cit. Pag. 24
13- Cfr. Claudio Mutti, Evola e Nasser, in La Nazione Eurasia, Anno 1 Numero 6 Luglio 2004 in particolare: «Altrettanto difficile è comprendere come Evola potesse individuare l’ortodossia islamica in un paese quale l’Arabia Saudita, governato da una tendenza (quella wahhabita) che in tutto il mondo dell’Islam, sia sunnita sia sciita, è sempre stata per lo più considerata come settaria ed eretica. Inoltre è veramente strano che proprio uno studioso come Evola, molto più smaliziato di tanti altri circa i retroscena della storia, trascurasse il fatto che l’Arabia Saudita era nata dalle operazioni più o meno occulte dell’Inghilterra, interessata a fomentare il nazionalismo arabo contro la Turchia e a garantirsi il controllo sulla penisola arabica. Come se non bastasse, verso la fine degli anni Cinquanta la monarchia saudita era una pedina di prim’ordine del nuovo imperialismo mondiale: quello statunitense. Ma Evola - duole parecchio essere costretti a ricordare certi limiti del suo pensiero - aveva stabilito che l’Occidente capitalista era, non certo “in sede di idea”, bensì in una ricognizione tattica delle circostanze contingenti, il “male minore” […]Ora, se Evola aveva torto allorché esprimeva il timore che l’occidentalizzazione portasse i paesi musulmani tra le braccia del comunismo, aveva invece ragione quando osservava che l’emancipazione politica dei paesi musulmani coloniali si accompagnava spesso all’adozione di elementi culturali estranei alla cultura islamica.»


lunedì 27 ottobre 2008

Diluvio umano - Linkola



[ tradotto dal finlandese da Harri Heinonen e da Michael Moynihan ]
[trad. italiana F. Boco e A. Venanzoni]


Pentti Linkola propone forse i pensieri più pericolosi che l'umanità abbia mai considerato? O è l'ultima voce saggia rimasta su questo pianeta? Vivendo un'esistenza ascetica come pescatore in una isolata regione rurale della sua patria, il filosofo finlandese ha affrontato faccia a faccia la questione del posto occupato dalla specie umana nella terra che abita, e ha osato affermare l'indicibile.
Affinché il pianeta continui a vivere, l'uomo - o homo destructivus, come Linkola lo chiama - deve ridursi violentemente a una semplice frazione della sua attuale popolazione globale. La metafora del Linkola per quanto scrive è questa: "Cosa fare, quando una nave che trasporta cento passeggeri si rovescia improvvisamente e soltanto una lancia di salvataggio, con spazio per soltanto dieci persone, è stata sganciata? Quando la lancia di salvataggio è piena, coloro che odiano la vita proveranno a caricarla con più gente e ad affondare la scialuppa. Coloro che amano e rispettano la vita prenderanno l'ascia della nave e taglieranno le mani che si aggrappano ai lati della barca." Mentre il tempo procede in avanti, le previsioni e gli atti d'accusa del Linkola si fanno più arditi. Si è reso conto che le situazioni estreme richiedono soluzioni estreme."
Abbiamo ancora una possibilità di essere crudeli. Ma se non siamo crudeli oggi, tutto è perduto". Nemico giurato di cristiani e umanisti, Linkola sa che il destino della terra non sarà mai salvato da coloro che esaltano "la tenerezza, l'amore e le ghirlande di fiori". Né le popolazioni sviluppate né quelle sottosviluppate del pianeta si meritano di sopravvivere a scapito della biosfera tutta. Linkola ritiene urgente che milioni muoiano di fame o siano presto massacrati in guerre civili genocide. Gli aborti obbligatori dovrebbero essere effettuati per tutte le femmine che abbiano più di due parti. Gli unici paesi capaci di dare inizio a tali misure draconiane sono quelli occidentali, che sono però ironicamente quelli più frenati dalle dannose nozioni dell'umanismo liberale. Come spiega Linkola:"gli Stati Uniti simboleggiano la peggiore ideologia nel mondo: sviluppo e libertà". La realistica soluzione va cercata nella realizzazione di un regime eco-fascista dove brutali battaglioni di "polizia verde", liberate le loro coscienze dall'"etica dello sciroppo", siano capaci di fare tutto ciò che è necessario. In Finlandia, i libri del Linkola sono best-sellers. Il resto del mondo non può chiaramente il suo tipo di medicina, come è risultato evidente quando il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo su Linkola nel 1995. Una pila di lettere d'odio è venuta dai cristiani del porgi-l'altra-guancia, madri affettuose e addolorati benefattori. Un lettore ha protestato, "i sinceri fautori dello spopolamento dovrebbero dare l'esempio per tutti iniziando da se stessi". La risposta del Linkola è molto più logico: "se ci fosse un tasto che potessi premere, sacrificherei me stesso senza esitazione, se ciò significasse la morte di milioni di persone". Quello che segue è il più importante testo di Linkola ad essere tradotto in inglese. È un capitolo dal suo libro del 1989 Introduzione al pensiero degli anni '90.


Che cos'è l'uomo? "Oh, chi mai sei tu Uomo?" usavano chiedere i poeti dei tempi andati. L'uomo può essere definito in molti modi, ma per delineare la sua più significativa caratteristica, può essere descritto in una parola: troppo. Io sono troppo, tu sei troppo. Siamo 5 miliardi - un numero assurdo, enorme, e sempre in aumento... La biosfera della terra potrebbe sostenere una popolazione di cinque milioni di mammiferi, dando loro il cibo necessario e le frattaglie che producono, così che possano esistere nella loro nicchia ecologica, vivendo come una specie fra molte, senza danneggiare la ricchezza di altre forme di vita.
Che significato hanno queste masse, che utilità hanno? Quale nuovo significativo contributo è portato al mondo dalle centinaia di società umane simili l'una all'altra, o dalle centinaia di identiche comunità esistenti presso queste società? Che senso ha il fatto che ogni piccola cittadina finlandese abbia la stessa varietà di officine e negozi, un simile coro di uomini e un simile teatro municipale, tutti intasanti la superficie della terra con le loro fondamenta e lastre di asfalto? Costituirebbe una perdita per la biosfera - o per l'umanità stessa - se l'area di Äänekoski non esistesse più, e invece in questo stesso luogo ci fosse un irregolare e vario mosaico di paesaggi naturali, contenente migliaia di specie e declinante in pendii di alberi antichi e primitivi, e finendo con lo specchiarsi sulla superficie liscia del lago Kuhmojärvi? O sarebbe realmente una perdita se un piccolo gruppo di cittadine sparisse dalla mappa - Ylivieska, Kuusamo, Lahti, Duisburg, Jefremov, Gloucester - e la selva le sostituisse? Cosa dire riguardo il Belgio? Che utilizzo facciamo di Ylivieska? La domanda non è particolarmente raffinata, ma è rilevante.
E l'unica risposta non è che, forse, non hanno utilità questi posti - ma piuttosto che la gente della città di Ylivieska ha un suo motivo: vive là. Non sto semplicemente parlando dell'inaridimento della vita dovuto all'esplosione demografica, o che la vita e il ritmo respiratorio della terra soffrano per le feconde, metaboliche oasi verdi di cui hanno ovunque un urgente bisogno, fra le zone segnate dall'uomo. Io voglio dire inoltre che l'umanità, schizzando e partorendo da se stessa tutte queste sbavanti moltitudini produttrici di sporcizia , nel processo soffoca e infama la sua stessa cultura - un qualcosa in cui gli individui e le comunità devono spasmodicamente cercare il "senso della vita" e creare un'identità per se stessi attraverso semplici discussioni infantili. Ho speso un'estate viaggiando in Polonia in bicicletta. È un bel paese, dove piccoli bambini cattolici, deliziosamente carini, quasi interamente vestiti in seta, sbucavano da ogni angolo. Leggo da un opuscolo di viaggio che in Polonia la percentuale di popolazione perita nella seconda guerra mondiale è stata più alta di ogni altro paese - circa sei milioni, se la mia memoria non m'inganna. Da un'altra parte nell'opuscolo ho calcolato che dalla conclusione della guerra, l'aumento della popolazione ha compensato la perdita di almeno tre volte nell'arco di quarant'anni...
Nel mio viaggio successivo, sono stato nella città maggiormente bombardata al mondo, Dresda. Era terrificante nella sua bruttezza e sporcizia, martellata fino al soffocamento - un nido inquinato e riempito di fumo, in cui la prima impressione spontanea era che un'altra vaccinazione dal cielo non avrebbe fatto alcun danno. A chi mancano tutti i morti della seconda guerra mondiale? A chi mancano i venti milioni giustiziati da Stalin? A chi mancano i sei milioni di ebrei? Israele soffre di sovrappopolamento, in Asia minore la sovrappopolazione genera lotte per dei miseri metri quadri di sporcizia.
Le città nel mondo intero sono state ricostruite e riempite fino al limite di gente diverso tempo fa, le loro chiese e i monumenti ristrutturati di modo che la pioggia acida abbia qualcosa di cui nutrirsi. A chi manca l'inutilizzato potenziale procreativo di tutti i morti nella seconda guerra mondiale? Il mondo sente forse la mancanza di altre cento milioni di persone, al momento? Vi è scarsità di libri, canzoni, film, cani in porcellana, vasi? Non sono sufficienti un miliardo di abbracci materni e un miliardo di nonne dai capelli argentei? Tutte le specie hanno una capacità riproduttiva sovradimensionata, altrimenti rischierebbero di estinguersi in tempi di crisi, a causa del variare delle circostanze. Alla fine è sempre la fame che costringe a osservare un limite alla dimensione di una popolazione. Un gran numero di specie hanno meccanismi autoregolatori di controllo delle nascite che prevengono la caduta in situazioni di crisi e sofferenza per fame. Nel caso dell'uomo, tuttavia, tali meccanismi - una volta trovati - sono semplicemente deboli e inefficaci: per esempio, l'infanticidio su piccola scala praticato dalle culture primitive. Durante il suo relativo sviluppo evolutivo, il genere umano ha sfidato e allontanato la linea della fame. L'uomo è stato un selezionatore davvero esagerato e decisamente animalesco. L'umanità produce nello specifico grandi figliate sia in condizioni difficili e sfavorevoli, come ovviamente presso i segmenti più prosperi della popolazione. Gli umani si riproducono abbondantemente nei tempi di pace e ancor di più nell'immediato dopoguerra, per un particolare carattere di natura. Si può dire che i metodi difensivi dell'uomo sono senza efficacia rispetto alla fame nel controllo della crescita demografica, ma i suoi metodi offensivi per spingere la linea della fame lontano dalla popolazione in crescita sono enormemente efficaci.
L'uomo è estremamente espansivo - fondamentalmente in quanto specie. Nella storia del genere umano noi testimoniamo la lotta disperata della Natura contro un errore della sua propria evoluzione. Un antico e precedentemente efficace metodo di contenimento, la fame, iniziò gradualmente a perdere la sua efficacia, mentre progredirono le abilità tecnologiche dell'uomo. L'uomo aveva emancipato se stesso dalla sua nicchia e iniziò a prendere più e più risorse, spostando altre forme di vita. Allora la Natura comprese la situazione, capì di aver perso il primo round e cambiò strategia. Utilizzò un'arma che non era stata capace di impiegare quando il nemico era sparso in numeri contenuti; ma che ora era tanto più efficace contro la densa proliferazione delle truppe nemiche. Con l'aiuto dei microbi - o "malattie infettive" come l'uomo le chiama, nel linguaggio della sua propaganda - la Natura combatté testardamente per due mila anni contro l'umanità e realizzò molte vittorie brillanti. Ma questi trionfi rimasero localizzati, e sempre più ineluttabilmente hanno assunto il sapore di azioni di retroguardia. La Natura non era stata capace di distruggere il grado di umanità a cui gli scienziati e i ricercatori avevano lavorato, e nel frattempo erano riusciti a privare la Natura del suo arsenale.A questo punto, la Natura - non possedendo più le armi per ottenere la vittoria, ma ancora assolutamente vitale e conservando la sua autostima - decise di concedere una vittoria di Pirro all'uomo, ma nel senso più assoluto del termine. Durante l'intera guerra, la Natura mantenne la sua particolare connessione col nemico: entrambi si erano divisi le stesse fonti di rifornimento, bevendo dagli stessi ruscelli e mangiando dagli stessi prati. Senza riguardo al corso della guerra, una permanente condizione di legame prevalse a questo punto; per il tempo che il nemico non riuscì a conquistare le risorse per sé, la Natura ugualmente non ebbe la capacità di prenderle dalle grinfie dell'umanità. L'unica opzione rimasta era la politica della terra bruciata, che la Natura aveva già conosciuto in piccola scala durante la fase microbica della guerra, e che decise di condurre alle estreme conseguenze. La Natura non si è arresa alla sconfitta - l'ha chiamata un pareggio, ma al prezzo dell'autosacrificio. L'uomo non era, dopo tutto, un esterno, autonomo nemico, ma piuttosto il suo stesso tumore. E il destino di un tumore prevede che muoia con il suo stesso ospite. Nel caso dell'uomo - che siede al vertice della catena alimentare, e tuttavia manca dell'abilità di ridurre sufficientemente l'aumento demografico - potrebbe sembrare che la salvezza si trovi nella tendenza all'uccisione del vicino. L'istituzione tipicamente umana della guerra, con il relativo massacro di umanoidi, sembrerebbe contenere una base per l'auspicabile controllo della popolazione - così è, se non portentosamente contrastato, poiché non vi è cultura umana in cui le femmine giovani partecipino alla guerra. Quindi, persino una grande diminuzione di popolazione come conseguenza della guerra interessa soltanto i maschi, e dura per un periodo veramente ristretto in una generazione. La generazione successiva è più forte, e per la legge naturale del "boom delle nascite" è persino più numerosa, mentre le femmine sono fecondate da un numero ristretto di maschi. In realtà, l'evoluzione della guerra, poichè difettosa, è stata ancor più negativa: nelle fasi iniziali del suo sviluppo vi erano molte guerre di un tipo che spazzavano via un moderato numero di civili. Ma per una tragicomica contorsione dell'umano destino, al punto stesso in cui l'istituzione della guerra è sembrata capace di portarsi via quantità significative di donne fertili - come preannunciato dai bombardamenti di civili nella seconda guerra mondiale - la tecnologia militare è avanzata in modo tale che le guerre in larga scala, quelle con la capacità di provocare un sostanziale impatto demografico, sono divenute impossibili.

venerdì 24 ottobre 2008

Nazione e anarchismo



risposta a: http://nazional-anarchismoitalia.blogspot.com/2008/10/stato-e-nazione.html

Premessa: il social darwinismo contraddice di per sè l'idea di stabilità sociale, il controllo sugli individui, la pace e il "contratto sociale" - quindi l'autorità statale. Il darwinismo sociale come principio conflittuale e complesso mantiene vive le forze individuali e comunitarie della nazione nella costante tensione alla lotta. Può essere inteso quasi come un presupposto della rivoluzione permanente.
Problema: Il social darwinismo è uno strumento utilissimo all'accumulo di capitale liberista. Perchè è incontrollato, perchè non deve rispettare regole. In tal modo il conflitto diventa "ccompetizione" per la sopravvivenza del migliore alle regole del mercato (il più ricco?). Questo fatto contraddice quanto detto sopra, che cioè il capitalismo necessiti di uno Stato per proliferare. Non è necessariamente vero. L'economia globale non sottostà a regole di alcun tipo: è economia di rapina, sfrutta popoli e Stati senza cura. Essa decide i ritmi della politica stessa. Perciò oggi si parla di "ritorno alla politica", perchè sino ad oggi ha governato il denaro.
Analisi 1: le tesi degli anarchici del passato rischiano di risultare inadatte e impreparate ai mutamenti epocali del nostro secolo. Certamente la critica al marxismo si è dimostrata reale, ma bisogna considerare l'organizzazione liberale del capitalismo mondiale per comprendere i meccanismi contemporanei. Adam Smith parlava di una "mano invisibile" che regolava i mercati. Oggi sappiamo che è falso, ma per anni si è pensato che fosse così, affidando ad autorità esterne il compito di decidere per le nazioni.
Il problema dello Stato resta comunque centrale. L'autorità statale diventa spesso oppressiva e pervasiva. Le condizioni disgregative messe in atto dall'immigrazione non fanno che accentuare la "necessità" di controllo. Come uscire dall'impasse?
La libertà non ci viene data dall'esterno, ma l'uomo sovrano la trova in sè e la trasmette agli altri. Perciò è possibile equilibrare un minimo di Stato con un massimo di libertà. Se l'autorità sorge in modo spontaneo, per "selezione naturale" dalla lotta rivoluzionaria per la supremazia (social darwinismo) si uniscono il piano orizzontale della lotta aperta a quello verticale della rivoluzione permanente. Autorità mobile sorta su una gerarchia naturale.
Analisi 2: la società attuale va verso la disgregazione interna. L'autorità statale finirà con l'avere un ruolo meno prevalente rispetto al ruolo di forze radicate territorialmente. Si va dunque verso la scomposizione in nuclei che si possono denifire tribali. Essi sono le oasi che salvano dal nichilismo, dal capitalismo da preda e dal controllo esasperato. In esse si conserva l'identità e la si attualizza. Pure, in esse si crea una struttura gerarchica naturale, sullo stile dell'orda. Non "capi" scelti dall'alto, non compiti assegnati, ma ognuno faccia ciò che sa fare al massimo delle sue possibilità. Così si crea una comunità, così la fiducia e la fedeltà al nucleo umano si consolida.
In ultimo, si deve creare una rete delle comunità così da prefigurare una organizzazione di anarchismo nazionale dove si preveda un minimo di autorità statale (specie contro le autorità statali e contro i nemici esterni) affianco al massimo possibile di libertà.