mercoledì 24 marzo 2010

YOCKEY



uno dei più grandi filosofi del '900

http://home.alphalink.com.au/~radnat/fpyockey/index.html

mercoledì 6 gennaio 2010

a.



il mondo raggiunge la sua fase caotica e creativa
polverizza nella crisi le certezze e i punti saldi
la trasformazione alchemica si avvia, la sostanza spirituale riceve influssi
sole e luna, terra e maree
solstizio - il sole si ferma, il tempo si ferma
riprende il vortice e affoga
trasporta nel gorgo e soffoca nell'abisso ciò che è
rinnova e ringiovanisci
nel suono trasporta il messaggio
vibrazioni nel profondo
om cosmico trasporta polvere stellare e la fine dei mondi



2012?
venga l'apocalisse e la decisione, la polvere dei secoli sarà spazzata e dal buio sorga il nuovo, più forte, più vivo
"terra vinta ci dona le stelle"

il risveglio delle forze profonde della terra
fuoco e terremoto, fenice, leviatano ed elefante
il vento che rinnova

sovrapponi il sigillo, brucia ciò che fu

mercoledì 9 settembre 2009

Sul radicamento e la politica



Ciò che fornisce una intima e profonda sicurezza a una comunità è il suo legame col luogo in cui è situata. È una relazione che si instaura nel corso dei secoli e che nel tempo dà vita a una catena che si snoda nella storia con continuità e costanza. Quella che Carl Schmitt definiva collocazione spaziale storico concreta è irrinunciabile per ogni vera compagine umana che intenda prolungare nel tempo la missione storica di cui s’è fatta carico.
Si tratta in tutta evidenza di un principio identitario e perciò marcatamente relativista: la collocazione territoriale sorge da una appropriazione e da una divisione, sorge cioè da un atto volontaristico di de-cisione che costringe a una scelta specifica, collocata, condizionante. Come ha chiarito da tempo l’antropologia, l’uomo ha una molteplicità di “nature” tra le quali scegliere, egli è l’unico essere vivente a non essere determinato e fissato all’origine. L’uomo può scegliere, ma una scelta di tal specie, il gesto che decide per una “natura” piuttosto che per un’altra, per un ordinamento piuttosto che per un altro, è già la prima pietra della civiltà, della Kultur spengleriana.
Quindi alla base di una civiltà compiuta, di una comunità vitale, vi è una decisione che proietta quel gruppo umano nella storia, segnandone così il destino, e differenziandolo quindi da ciò che si trova al di là dei suoi confini spaziali. L’uomo ha dunque la capacità di scegliere la propria identità, di darsi la forma che ritiene preferibile e di segnare con la sua visione del mondo la storia a venire della sua comunità. Questo si chiama destino.
È conforme a questo ordine di cose che l’identità di un popolo storico possa mutare e trasformarsi nel tempo, acquistando nuove forme espressive. Quanto vanno affermando molti critici dell’identità come Hobsbawn è vero: la tradizione è una costruzione politica. La loro tesi presuppone però che ogni costruzione sia cosa ben facile da demolire e rimpiazzare. Anche in campo egalitario si è dovuto tuttavia riconoscere che le identità, benché frutto di una scelta storia e non di una sorta di preformismo metafisico originario, siano nondimeno fattivamente operative e profondamente sentite. Radici che affondano da secoli in un suolo sono difficili da estirpare a parole.
L’identità, la tradizione che si prolunga nella storia e si colloca in un territorio e lo conforma, nasce da una decisione umana storicamente collocata, questa decisione dà inizio a un destino temporale. Un tale destino di civiltà sorge nel suo fulcro fondamentale da un mito di fondazione. Il mito è un racconto operante nella compagine umana che si radica nella specifica natura intellettuale e fisica di una popolazione, nasce da una ispirazione collettiva che richiede una peculiare condizione storica e che segna inevitabilmente il futuro. Le trasformazioni che si accumulano nei secoli non sono un di più, ma sono modifiche e aggiunte a un disegno originario che non perde vigore se costantemente consapevole del gesto iniziale e se sempre attento a mantenere fede alla missione storica tracciata dalla decisione mitico-destinale originaria.
Il radicamento è il fondamento di ogni genuina costruzione comunitaria; senza la presenza su un territorio, l’abitarlo autenticamente e il legame di profondo amore che chiama gli uomini ad esso, senza queste componenti, non vi è identità e non esiste storia umana. La civiltà sorge da una atto politico volontaristico che deve necessariamente collocarsi in un luogo delimitato. Radicamento significa mettere radici, tracciare il solco che indica la via da seguire. Sarà una via non rettilinea, ma fintanto che il fuoco del mito fondativo continuerà a vivificare la comunità, vi sarà destino e autenticità. È in una tale ottica che bisogna leggere la capacità della civiltà indoeuropea di incorporare in modo efficace i miti delle società matriarcali senza per questo rinunciare alla propria specificità culturale e antropologica.
Quanto vanno dicendo in questi anni gli universalisti nemici di ogni differenza e di ogni identità, ciò che sostengono gli egualitaristi distruttori di ogni storia e destino, è il frutto del discorso livellatore globalizzatore che vuole ridurre la molteplicità multidimensionale a un unico monodimensionale. Aiutato da uno scomposto e irrazionale impulso securitario, l’egualitarismo trova un efficace appiglio per ridurre sotto il proprio controllo gli uomini e per dividere e rendere deboli i popoli e le radici storiche. L’universalismo livellatore assume quindi i tratti di una tolleranza esasperata, afferma le necessità dell’accoglienza e promette l’avvento del paradiso in terra allorché si sarà raggiunta la creazione di un mondo unico globalizzato, in cui ognuno potrà sentirsi “cittadino del mondo”. Secondo questo egualitarismo all’ennesima potenza, figlio legittimo del progetto universalista cristiano-illuminista, è necessario che tutti seguano e si convertano all’unica verità e si lascino illuminare dalla buona novella. Le sorti magnifiche e progressive richiederanno tempo, ma condurranno inevitabilmente alla fine della storia e alla pace tra gli uomini.
È evidente a questo punto che un pensiero siffatto, asfissiante e totalizzante, ipocrita e letale, nasconde una profonda e violenta intolleranza nei confronti dei popoli propriamente detti, vuole cioè la distruzione e il riassorbimento nell’unità di uguali di ogni comunità storica – vuole la fine delle differenze. Questo progetto non è cosa degli ultimi decenni, ma è una missione storica anti-storica che si è prolungata nei secoli e che sembra sempre più vincente in questi anni. A una tale tendenza si oppone il campo avverso, il discorso sovrumanista che partendo dal radicamento e dalla decisione mitico-destinale afferma il differenzialismo antropologico e l’assoluta bontà del persistere delle differenze che significano autentica ricchezza.
(f.)



opere di Dennis Rudolph

domenica 2 agosto 2009

La politica del conflitto




La politica è essenzialmente e costitutivamente conflittuale. E' un confronto tra fazioni che richiede differenza e quindi identità. Solo nel confronto-conflitto ciascuno dei contendenti trova e completa la propria natura.
La tendenza occidentale sicuritaria, costruita su paure fittizzie e agitate dai media, conduce inevitabilmente a una società appiattita, sommersa dal controllo sociale e da una soffocante cappa di conformismo. L'impulso alla sicurezza, il terrore del dolore, dell'ignoto che con tanta insistenza viene fuori in questi anni; tutto questo è il freno della politica comunitaria.
Chiusi nelle proprie campane di vetro i popoli stanno come pecore nel recinto, si fanno guidare e proteggere, incapaci e irresponsabili. Un genuino istinto libertario, comunitario e ribelle indica la via della lotta e del contrasto come sola possibilità di restituire il primato assoluto e irrevocabile alla politica agita in prima persona.
La resonsabilità che ciascuno ha è notevole: sulle spalle di ognuno pesa la continuità della stirpe, ma sopratutto la scelta di prolungare un destino storico, una missione primordiale.
Ecco quindi che il concetto di politica esce dai canoni usuali: non partito, non affarismo, ma compito, rivolta, azione e conquista.
In una tale ottica nel caos della conflittualità, nella produttiva rottura rappresentata dalla rivolta emergono i germi della selezione e della riconquista destinale. La mutazione antropologica necessaria, il risveglio della forza contro il torpore, rompono la quiete e chiamano all'azione. La selezione avviene sul campo e l'idea burocratica di spezza di fronte al crearsi di una comunità di tipo tribale, in cui conta la funzione di tipo organico e non il singolo.

sarà necessario tornare su questo punto.
(f.)

lunedì 29 giugno 2009

Punk a vapore



In epoca vittoriana i punk esistevano e portavano la tuba. Si potrebbe introdurre così il volumetto pubblicato da XBook, Guida Steampunk all’Apocalisse (di M. Killjoy, 126 p., 11,50 euro). Da qualche anno nel mondo cosiddetto underground e delle sotto culture, l’estetica e la cultura Steampunk stanno gradualmente prendendo piede, talvolta guadagnando consensi nell’ambito più noto del Cyberpunk.
Una rapida definizione del fenomeno ce la fornisce un articoletto inserito nell’Appendice: «Steampunk è rimmaginare il passato con le percezioni ipertecnologiche del presente». A differenza della letteratura e del cinema Cyberpunk (Blade Runner, Johnny Mnemonic, Matrix), in cui la rappresentazione di mondi distopici, cupi e alienanti, serve da monito contro la tecnologia, lo Steampunk non rifiuta le tecnologie, ma immagina piuttosto che lo sviluppo tecnologico della rivoluzione industriale e dell’era vittoriana abbiano raggiunto traguardi in realtà mai visti, e che il vapore sia la principale fonte d’energia di enormi mostri meccanici. L’approccio steampunk alla tecnica non è di tipo luddista, guarda al passato per vedere un’epoca in cui era ancora possibile credere nei benefici diffusi delle tecnologie. Ecco quindi che la tendenza culturale che fa del vapore (steam) una peculiarità, diventa soprattutto uno stile ed un’estetica che unisce abiti e accessori retrò a qualcosa di meccanico: monocolo e orologio da taschino affianco di computer portatili coperti in legno pregiato e integrati da meccanismi a rotelle. Si tratta insomma di un’estetica postmoderna molto particolare, che a un gusto un po’ mitteleuropeo e reazionario per il vestiario unisce la carica ribelle e sguaiata del punk urbano; dirigibili e Ramones. Macchine a vapore dalle forme straordinarie e dalle capacità impensabili, Zeppelin, navi imponenti ed altre diavolerie meccaniche.
Il vapore e la tecnologia meccanica hanno un senso specifico: rispetto a circuiti elettrici e silicio, le rotelle e le componenti maneggiabili hanno un qualcosa di vivo, con esse si può stringere quasi un contatto e nel loro sbuffare paiono respirare. Si tratta di un approccio «che, rimandando a un’epoca in cui le macchine si potevano ancora costruire nel capanno degli attrezzi e chiunque poteva nel suo piccolo diventare un grande inventore, si spinge oltre il software libero per rivendicare un hardware open-source». I materiali con cui si compone un nuovo marchingegno acquistano una grande importanza, e già circolano in rete foto di chitarre elettriche, macchine a vapore funzionati e altro, modificate e manipolate secondo l’estetica Steampunk.
Il “punk a vapore” assume così le fattezze dello scienziato pazzo, chiuso nel suo laboratorio tra viti, pistoni e martelli, a dare libero sfogo alla sua immaginazione. Quasi la realtà trascolorasse accompagnata della fata verde dell’assenzio, la bevanda dei dandy e degli esteti ribelli dei quartieri malfamati, geniacci col monocolo e la mano meccanica. La fantasia festosamente straripante e sognante ha d’altra parte preso forma in un film che è un must per ogni buon Steampunk che si rispetti, Il castello errante di Howl (2005) del grande Miyazaki, l’immaginifico regista amatissimo dai giovani non conformi e un anno prima nel costosissimo lungometraggio di animazione del portentoso Katsuhiro Otomo, Steamboy (2004). La prima è la storia di un castello “vivente” che si muove su gambe meccaniche grazie a un fuoco che continuamente ne alimenta la vita. La sua porta si apre su tempi e luoghi diversi, proiettando lo spettatore in un mondo di sfrenata fantasia, a cui peraltro il “Disney nipponico” ha abituato da tempo i suoi numerosi estimatori.
Otomo, autore della saga del “ragazzo a vapore” e di un rifacimento a cartoni di Metropolis, ha anticipato in qualche modo i tempi, dando il là nel 2004 a un nuovo “cult” dopo il successo planetario ottenuto in precedenza con Akira, straordinaria e intricata opera d’animazione tipicamente cyberpunk. Steamboy è ambientato nella Londra di metà XIX secolo, narra le avvenutre di Ray, figlio e nipote di apprezzati scienziati, a cui viene recapitata una misteriosa sfera contenente vapore compresso ad alta densità che in molti vogliono. Tra fughe a perdifiato e voli vorticosi a cavallo della capsula a vapore, il film risulta davvero spettacolare.
La particolarità del film di Otomo è che le macchine disegnate e messe sullo schermo sono tutte state progettate da ingegneri e potenzialmente funzionanti. Esiste un librone del lungometraggio per collezionisti che raccoglie tutti i progetti delle macchine apparse nel film minuziosamente riportati, nel caso qualche punk con tuba e ghette volesse costruirsi da sé la sua moto a vapore! Oltre ai romanzi a fumetti e alle edizioni speciali rigorosamente a tiratura limitata di routine. Sino ad allora lo Steampunk è vissuto nei libri, iniziando nel 1979 con il romanzo Morlock Night, di K. W. Jeter, ambientato nella Londra vittoriana di metà ‘800 dominata da una avanzatissima tecnologia a vapore, elemento fondamentale per la rivoluzione industriale dell’epoca. Da ricordare poi Steampunk di Paul Di Filippo (Nord 1996, Tascabili Nord 1998) e Le macchine infernali (1987, Urania 1998) di Jeter.
Nel passato recente l’interesse nei confronti del fenomeno Steampunk è andato crescendo. Se Otomo pone da anni, nei suoi film d’animazione come nei suoi fumetti, il problema della tecnica auspicandone non un rifiuto, ma un diverso approccio, Miyazaki appare invece collocarsi su posizioni marcatamente ecologiste e in taluni casi luddiste. Comunque sia, ancora più recentemente lo Steampunk è andato in scena nella serie animata Last Exile, e aspetti non trascurabili di questa estetica sono rinvenibili nel film La bussola d’oro, in cui macchine volanti e meccanismi di vario genere, oltre a un vestiario “retrò”, ricordano vivamente le suggestioni riassunte nel volumetto della Killjoy. Nel frattempo fioriscono riviste on line e spazi in Second Life.
L’ispiratore dello stile in questione è chiaramente Jules Verne che con le sue tecnologie tardo ottocentesche e la passione per viaggi fantastici fornisce al gentleman punk la figura del Nautilus, nave misteriosa che ha tutte le caratteristiche di una città-pirata mobile estranea a ogni legge se non a quella del suo capitano. Del punk troviamo dunque l’attitudine al fai-da-te, si tratti di un computer portatile che diventa legnatile fino alla costruzione di una casa sull’albero, la Steampunk treehouse, di cui esiste un sito che merita d’essere visitato (www.steamtreehouse.com). In questo caso la fantasia e la progettualità hanno preso forma in una casa meccanica nel deserto americano. Tutto nell’ottica della modificabilità del prodotto, e soprattutto assemblato in osservanza dell’estetica vittoriana fatta di ferro e meccanica. Uno squat postmoderno e postatomico.
È stato chiamato fantascienza vittoriana, romanticismo scientifico, fantasy industriale, ma lo Steampunk è un genere e uno stile che immagina il passato per modificare il futuro: «siamo una comunità di maghi meccanici incantati dal mondo reale e avvinti dal mistero della possibilità. Stiamo ricostruendo il passato per assicurarci il futuro». Un futuro che la Guida Steampunk all’Apocalisse si prepara in tutta evidenza a considerare anche tra i peggiori. Con una buona dose di ironia l’autrice ci spiega le tattiche di sopravvivenza nel dopo-apocalisse, come costruirsi un riparo e come coltivare frutta e verdura, come purificare acqua contaminata e come difendersi dagli avversari affamati. Sembra più una situazione alla Mad Max che alla Steamboy, ma d’altra parte il movimento Steampunk è anarcoide nel modo tipicamente americano di esserlo, aperto a ogni influenza e talvolta fin troppo sognante. Utopie o meno, si tratta di un’estetica che ha un innegabile fascino e che ha se non altro il merito di porre il problema della tecnica senza rifiutarla a priori, ma vivacizzandola con fantasia e vitalismo.

lunedì 19 gennaio 2009

La fine della filosofia



Filosofia è metafisica. La metafisica è la storia del pensiero che pensa l’Essere dell’ente ma dimentica di pensare l’Essere nella sua verità come radura dell’aprentesi/celarsi. Dimentica cioè che l’ente può essere soltanto perché originariamente vi è un’apertura in cui può essere. La metafisica è il nichilismo autentico, nel senso che la metafisica è il nascondimento dell’Essere conforme alla verità (αλήθεια) dello stesso. Il problema decisivo è che la metafisica non può pensare l’essenza della metafisica e quindi non può raggiungere il suo compimento. Così la storia dell’Essere giunge al compiersi del nichilismo come oblio del nascondimento: la metafisica, non potendo comprendersi nella sua verità essenziale, crede di pensare l’Essere ma dimentica, primariamente, di interrogarsi sulla sua verità.
Soltanto abbandonando la filosofia in quanto metafisica è allora possibile portare a pieno compimento la metafisica e superarla. È necessario un raccoglimento del pensiero che uscendo dalla prospettiva metafisica prepari lo slancio verso l’ad-venire nell’autenticità dell’Essere. Heidegger afferma che alla filosofia deve subentrare un pensiero della semplicità che domandi soltanto attorno a ciò che è degno di essere saputo. «Il pensiero a venire non è più filosofia perché pensa in modo più originario della metafisica» (Heidegger, Lettera sull'umanismo). Solo superando la metafisica sarà possibile superare il nichilismo. È al termine della metafisica che si rende finalmente comprensibile la dimenticanza dell’Essere e torna quindi possibile un domandare genuino.
La fine della filosofia significa la realizzazione di tutte le sue possibilità; la fine è il raccoglimento delle sue possibilità estreme. La fine della metafisica si realizza nell’organizzazione tecnico-scientifica della civilizzazione euro-occidentale. Ma nella fine non c’è soltanto l’ultima possibilità, si fa presente anche la prima ed iniziale possibilità che la filosofia, in quanto tale, non poté assumere su di sé.
Lungo tutta la storia della filosofia che fino a Hegel, Nietzsche e Husserl, la Cosa a cui si rivolge il pensiero è la soggettività attraverso cui la cosa diviene presente. Nel richiamo alla Cosa però resta qualcosa di impensato che non può essere cura della filosofia interrogare. L’ente si mostra in un chiarore, chiarore che a sua volta presuppone una radura (Lichtung) che esso attraversa. L’apertura è ciò che concede un dare e un accogliere, ma è anche ciò che cela e custodisce. Nonostante agli inizi della filosofia la radura come esser-presente venga nominata (φύσις), questa resta comunque impensata poiché il lume della ragione rischiara solo ciò che è già aperto, ma non può creare le condizioni dell’aprirsi svelante.
Eppure già in Parmenide s’incontra l’αλήθεια la «ben rotonda svelatezza» intesa come un attorniare dove l’inizio coincide con la fine. «La radura rende possibile prima di tutto il sentiero che porta alla presenza e concede a quest’ultima di presentarsi» (Heidegger, La fine della filosofia e il compit del pensiero). L’αλήθεια, che però viene nominata all’inizio della filosofia, resta comunque non pensata anche a causa della sua resa con “verità”, che va poi a coincidere con il concetto di certezza e adeguatezza alla rappresentazione. In realtà è solo il significato di svelatezza che restituisce il senso autentico e permette di risalire al fatto decisivo che ogni certezza s’inserisce inizialmente e necessariamente all’interno della radura della presenza. Esperito e pensato è dunque solo ciò che l’apertura della radura concede. Che cosa sia la s-velatezza resta nascosto. Non soltanto per l’insufficienza della ragione, ma soprattutto perché il velarsi stesso appartiene all’αλήθεια.
Il pensiero essenziale ha allora, nell’epoca del nichilismo compiuto e della realizzazione della metafisica nelle sue ultime possibilità, il compito di domandare di ciò che rimane impensato ed è il più semplice. Così facendo il pensiero ricostruisce il legame con l’origine senza la quale un popolo non conosce la sua verità storica. «Quando poniamo nuovamente la domanda fondamentale della filosofia occidentale in base a un inizio più originario, siamo al servizio di quel compito che abbiamo definito come salvezza dell’Occidente. Esso può compiersi soltanto come riconquista dei rapporti originari con l’ente stesso, e come una nuova fondazione di tutto l’agire essenziale dei popoli rispetto a questi rapporti» (Heidegger, L'Europa e la filosofia tedesca).
Il rapporto che il pensare deve intrecciare con la verità dell’Essere non ha nulla a che vedere con un’impostazione soggettivistica. Questa ritornerebbe a essere una condizione metafisica e incapace di ac-cogliere l’Essere nel suo disvelamento. La vera conoscenza dell’Essere è un com-prendere in cui l’Essere concede ed apre la condizione in cui l’Esserci si trova da sempre calato, ed è un com-prendere perché l’Esserci a sua volta dà ascolto alla chiamata dell’Essere, si rivolge a lui concedendogli di aprirsi nella presenza. «Interrogare in modo autentico significa entrare in accordo armonico con ciò che viene interrogato» (Steiner).
La fine della metafisica, beninteso, non implica già di per sé un darsi dell’Essere nella su verità e un suo coglimento. La fine della metafisica mostra la possibilità prima che resta ancora inesaudita e che quindi ad-viene nell’avvenire come dimensione dell’autenticità storica destinale. «La conclusione della metafisica non può significare in nessun modo la fine dell’oblio dell’essere nel senso che l’essere diventi finalmente come tale oggetto di pensiero esplicito» (Vattimo).

venerdì 14 novembre 2008

Sul primitivismo



commento a un post di http://nazional-anarchismoitalia.blogspot.com

Riguardo all'anarco primitivismo, sorgono due problemi di fondo. Il concetto di alienazione e l'idealizzazione del passato primordiale.
Alienazione è un falso concetto, pretende di essere "originario" e "scientifico" ma non lo è affatto. Il concetto di alienazione presuppone un'idea metafisica dell'uomo come esso dovrebbe essere - e non è più. Ma chi lo decide? Marx? Zerzan? Manca un'indagine originaria autentica, se vogliamo tradizionale o ontologica, dell'essere uomo storico. Perciò il fondamento su cui Zerzan - autore peraltro affascinante ma utopico - costruisce la sua dottrina è debole. Alienazione è un concetto non "scientifico" né "universale". Alienazione per me è una cosa del tutto differente dalla sua e la metafisica che questo concetto di derivazione marxiana presuppone è quanto di più anti-umanizzante esista. Esso stradica l'uomo dalla sua vita vissuta e istintiva, arrestandolo in una metafisica concettuale e pseudo-scientifica ad uso politico e propagandistico. Fai bene a precisare: ricordiamo che siamo uomini. L'uomo è sin dalle origini creatore e costuttore.
L'antropologia dice che l'uomo è diverso dagli animali perchè non ha tattiche di difesa e sopravvivenza innate. Perciò, se vuole vivere, deve crearsele. Leggi armi, fuoco e aratro. Diversamente, l'uomo sarebbe estinto da millenni, come chissà quante altre specie. L'istinto umano è la possibilità di scegliere i suoi istinti vitali. Cultura significa quindi mettere in ordine questa molteplicità di istinti accessibili (cfr. Gehlen, Spengler).
Di conseguenza, l'idea di una società anti e pre-tecnologica alla Zerzan risulta impraticabile. Primo perchè non tiene conto che senza le attuali tecnologie la stragrande maggioranza della popolazione mondiale morirebbe - il che sarebbe anche accettabile da una prospettiva radicalmente primitivsta ed ecologista, ma allora è più coerente Linkola. In una società di sussistenza il cibo non è disponibile per tutti. Se i miliardi di persone attuali sproofondassero in uno stadio pre-tecnologico primitivo i danni all'ecosistema sarebbero immensamente maggiori di quelli attuali! Danni enormi alla fauna e alla flora, assediate da orde di affamti che non possono più trovare il cibo nei supermercati e nei negozi. Le condizioni attuali non permettono dunque, a meno di un enorme diminuzione della popolazione umana, un ritorno a società senza tecnologie e basate su caccia e sussistenza.
In secondo luogo gli anarcoprimitivisti si creano una sorta di visione irrealistica della società dei primordi e dell'uomo primitivo. Nessuno oggi potrebbe sopravvivere in quelle condizioni. Come un aborigeno non riesce a vivere in una città, così un uomo della città nel 90% dei casi, se lasciato solo nella giungla, morirebbe. Non sarebbe neppure un male di per sè, si insisterebbe in una situazione di selezione naturale e conflitto, ma allora il discorso si fa ben più radicale e serio rispetto al ritorno al "paradiso in terra" dei primitivisti.
Saranno anche primitivi, ma il computer lo usano.
La tecnologia è un prodotto della natura umana, essa richiede non tanto un rifiuto, ma un nuovo tipo di uomo.
Un ultimo appunto: ben più seria e radicale mi pare la sfida stirneriana. E' quasi eroica quando dice: io ho costruito la mia causa sul nulla. Come a dire: se faccio piazza pulita di tutto, cosa resta? Chi sono io? Cosa voglio essere? In questo caso uno viene messo con le spalle al muro e inizia un lavoro prima di tutto su se stesso. Una sorta di Fight Club ante-litteram.

lunedì 27 ottobre 2008

Diluvio umano - Linkola



[ tradotto dal finlandese da Harri Heinonen e da Michael Moynihan ]
[trad. italiana B. F. e A. Venanzoni]


Pentti Linkola propone forse i pensieri più pericolosi che l'umanità abbia mai considerato? O è l'ultima voce saggia rimasta su questo pianeta? Vivendo un'esistenza ascetica come pescatore in una isolata regione rurale della sua patria, il filosofo finlandese ha affrontato faccia a faccia la questione del posto occupato dalla specie umana nella terra che abita, e ha osato affermare l'indicibile.
Affinché il pianeta continui a vivere, l'uomo - o homo destructivus, come Linkola lo chiama - deve ridursi violentemente a una semplice frazione della sua attuale popolazione globale. La metafora del Linkola per quanto scrive è questa: "Cosa fare, quando una nave che trasporta cento passeggeri si rovescia improvvisamente e soltanto una lancia di salvataggio, con spazio per soltanto dieci persone, è stata sganciata? Quando la lancia di salvataggio è piena, coloro che odiano la vita proveranno a caricarla con più gente e ad affondare la scialuppa. Coloro che amano e rispettano la vita prenderanno l'ascia della nave e taglieranno le mani che si aggrappano ai lati della barca." Mentre il tempo procede in avanti, le previsioni e gli atti d'accusa del Linkola si fanno più arditi. Si è reso conto che le situazioni estreme richiedono soluzioni estreme."
Abbiamo ancora una possibilità di essere crudeli. Ma se non siamo crudeli oggi, tutto è perduto". Nemico giurato di cristiani e umanisti, Linkola sa che il destino della terra non sarà mai salvato da coloro che esaltano "la tenerezza, l'amore e le ghirlande di fiori". Né le popolazioni sviluppate né quelle sottosviluppate del pianeta si meritano di sopravvivere a scapito della biosfera tutta. Linkola ritiene urgente che milioni muoiano di fame o siano presto massacrati in guerre civili genocide. Gli aborti obbligatori dovrebbero essere effettuati per tutte le femmine che abbiano più di due parti. Gli unici paesi capaci di dare inizio a tali misure draconiane sono quelli occidentali, che sono però ironicamente quelli più frenati dalle dannose nozioni dell'umanismo liberale. Come spiega Linkola:"gli Stati Uniti simboleggiano la peggiore ideologia nel mondo: sviluppo e libertà". La realistica soluzione va cercata nella realizzazione di un regime eco-fascista dove brutali battaglioni di "polizia verde", liberate le loro coscienze dall'"etica dello sciroppo", siano capaci di fare tutto ciò che è necessario. In Finlandia, i libri del Linkola sono best-sellers. Il resto del mondo non può chiaramente il suo tipo di medicina, come è risultato evidente quando il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo su Linkola nel 1995. Una pila di lettere d'odio è venuta dai cristiani del porgi-l'altra-guancia, madri affettuose e addolorati benefattori. Un lettore ha protestato, "i sinceri fautori dello spopolamento dovrebbero dare l'esempio per tutti iniziando da se stessi". La risposta del Linkola è molto più logico: "se ci fosse un tasto che potessi premere, sacrificherei me stesso senza esitazione, se ciò significasse la morte di milioni di persone". Quello che segue è il più importante testo di Linkola ad essere tradotto in inglese. È un capitolo dal suo libro del 1989 Introduzione al pensiero degli anni '90.


Che cos'è l'uomo? "Oh, chi mai sei tu Uomo?" usavano chiedere i poeti dei tempi andati. L'uomo può essere definito in molti modi, ma per delineare la sua più significativa caratteristica, può essere descritto in una parola: troppo. Io sono troppo, tu sei troppo. Siamo 5 miliardi - un numero assurdo, enorme, e sempre in aumento... La biosfera della terra potrebbe sostenere una popolazione di cinque milioni di mammiferi, dando loro il cibo necessario e le frattaglie che producono, così che possano esistere nella loro nicchia ecologica, vivendo come una specie fra molte, senza danneggiare la ricchezza di altre forme di vita.
Che significato hanno queste masse, che utilità hanno? Quale nuovo significativo contributo è portato al mondo dalle centinaia di società umane simili l'una all'altra, o dalle centinaia di identiche comunità esistenti presso queste società? Che senso ha il fatto che ogni piccola cittadina finlandese abbia la stessa varietà di officine e negozi, un simile coro di uomini e un simile teatro municipale, tutti intasanti la superficie della terra con le loro fondamenta e lastre di asfalto? Costituirebbe una perdita per la biosfera - o per l'umanità stessa - se l'area di Äänekoski non esistesse più, e invece in questo stesso luogo ci fosse un irregolare e vario mosaico di paesaggi naturali, contenente migliaia di specie e declinante in pendii di alberi antichi e primitivi, e finendo con lo specchiarsi sulla superficie liscia del lago Kuhmojärvi? O sarebbe realmente una perdita se un piccolo gruppo di cittadine sparisse dalla mappa - Ylivieska, Kuusamo, Lahti, Duisburg, Jefremov, Gloucester - e la selva le sostituisse? Cosa dire riguardo il Belgio? Che utilizzo facciamo di Ylivieska? La domanda non è particolarmente raffinata, ma è rilevante.
E l'unica risposta non è che, forse, non hanno utilità questi posti - ma piuttosto che la gente della città di Ylivieska ha un suo motivo: vive là. Non sto semplicemente parlando dell'inaridimento della vita dovuto all'esplosione demografica, o che la vita e il ritmo respiratorio della terra soffrano per le feconde, metaboliche oasi verdi di cui hanno ovunque un urgente bisogno, fra le zone segnate dall'uomo. Io voglio dire inoltre che l'umanità, schizzando e partorendo da se stessa tutte queste sbavanti moltitudini produttrici di sporcizia , nel processo soffoca e infama la sua stessa cultura - un qualcosa in cui gli individui e le comunità devono spasmodicamente cercare il "senso della vita" e creare un'identità per se stessi attraverso semplici discussioni infantili. Ho speso un'estate viaggiando in Polonia in bicicletta. È un bel paese, dove piccoli bambini cattolici, deliziosamente carini, quasi interamente vestiti in seta, sbucavano da ogni angolo. Leggo da un opuscolo di viaggio che in Polonia la percentuale di popolazione perita nella seconda guerra mondiale è stata più alta di ogni altro paese - circa sei milioni, se la mia memoria non m'inganna. Da un'altra parte nell'opuscolo ho calcolato che dalla conclusione della guerra, l'aumento della popolazione ha compensato la perdita di almeno tre volte nell'arco di quarant'anni...
Nel mio viaggio successivo, sono stato nella città maggiormente bombardata al mondo, Dresda. Era terrificante nella sua bruttezza e sporcizia, martellata fino al soffocamento - un nido inquinato e riempito di fumo, in cui la prima impressione spontanea era che un'altra vaccinazione dal cielo non avrebbe fatto alcun danno. A chi mancano tutti i morti della seconda guerra mondiale? A chi mancano i venti milioni giustiziati da Stalin? A chi mancano i sei milioni di ebrei? Israele soffre di sovrappopolamento, in Asia minore la sovrappopolazione genera lotte per dei miseri metri quadri di sporcizia.
Le città nel mondo intero sono state ricostruite e riempite fino al limite di gente diverso tempo fa, le loro chiese e i monumenti ristrutturati di modo che la pioggia acida abbia qualcosa di cui nutrirsi. A chi manca l'inutilizzato potenziale procreativo di tutti i morti nella seconda guerra mondiale? Il mondo sente forse la mancanza di altre cento milioni di persone, al momento? Vi è scarsità di libri, canzoni, film, cani in porcellana, vasi? Non sono sufficienti un miliardo di abbracci materni e un miliardo di nonne dai capelli argentei? Tutte le specie hanno una capacità riproduttiva sovradimensionata, altrimenti rischierebbero di estinguersi in tempi di crisi, a causa del variare delle circostanze. Alla fine è sempre la fame che costringe a osservare un limite alla dimensione di una popolazione. Un gran numero di specie hanno meccanismi autoregolatori di controllo delle nascite che prevengono la caduta in situazioni di crisi e sofferenza per fame. Nel caso dell'uomo, tuttavia, tali meccanismi - una volta trovati - sono semplicemente deboli e inefficaci: per esempio, l'infanticidio su piccola scala praticato dalle culture primitive. Durante il suo relativo sviluppo evolutivo, il genere umano ha sfidato e allontanato la linea della fame. L'uomo è stato un selezionatore davvero esagerato e decisamente animalesco. L'umanità produce nello specifico grandi figliate sia in condizioni difficili e sfavorevoli, come ovviamente presso i segmenti più prosperi della popolazione. Gli umani si riproducono abbondantemente nei tempi di pace e ancor di più nell'immediato dopoguerra, per un particolare carattere di natura. Si può dire che i metodi difensivi dell'uomo sono senza efficacia rispetto alla fame nel controllo della crescita demografica, ma i suoi metodi offensivi per spingere la linea della fame lontano dalla popolazione in crescita sono enormemente efficaci.
L'uomo è estremamente espansivo - fondamentalmente in quanto specie. Nella storia del genere umano noi testimoniamo la lotta disperata della Natura contro un errore della sua propria evoluzione. Un antico e precedentemente efficace metodo di contenimento, la fame, iniziò gradualmente a perdere la sua efficacia, mentre progredirono le abilità tecnologiche dell'uomo. L'uomo aveva emancipato se stesso dalla sua nicchia e iniziò a prendere più e più risorse, spostando altre forme di vita. Allora la Natura comprese la situazione, capì di aver perso il primo round e cambiò strategia. Utilizzò un'arma che non era stata capace di impiegare quando il nemico era sparso in numeri contenuti; ma che ora era tanto più efficace contro la densa proliferazione delle truppe nemiche. Con l'aiuto dei microbi - o "malattie infettive" come l'uomo le chiama, nel linguaggio della sua propaganda - la Natura combatté testardamente per due mila anni contro l'umanità e realizzò molte vittorie brillanti. Ma questi trionfi rimasero localizzati, e sempre più ineluttabilmente hanno assunto il sapore di azioni di retroguardia. La Natura non era stata capace di distruggere il grado di umanità a cui gli scienziati e i ricercatori avevano lavorato, e nel frattempo erano riusciti a privare la Natura del suo arsenale.A questo punto, la Natura - non possedendo più le armi per ottenere la vittoria, ma ancora assolutamente vitale e conservando la sua autostima - decise di concedere una vittoria di Pirro all'uomo, ma nel senso più assoluto del termine. Durante l'intera guerra, la Natura mantenne la sua particolare connessione col nemico: entrambi si erano divisi le stesse fonti di rifornimento, bevendo dagli stessi ruscelli e mangiando dagli stessi prati. Senza riguardo al corso della guerra, una permanente condizione di legame prevalse a questo punto; per il tempo che il nemico non riuscì a conquistare le risorse per sé, la Natura ugualmente non ebbe la capacità di prenderle dalle grinfie dell'umanità. L'unica opzione rimasta era la politica della terra bruciata, che la Natura aveva già conosciuto in piccola scala durante la fase microbica della guerra, e che decise di condurre alle estreme conseguenze. La Natura non si è arresa alla sconfitta - l'ha chiamata un pareggio, ma al prezzo dell'autosacrificio. L'uomo non era, dopo tutto, un esterno, autonomo nemico, ma piuttosto il suo stesso tumore. E il destino di un tumore prevede che muoia con il suo stesso ospite. Nel caso dell'uomo - che siede al vertice della catena alimentare, e tuttavia manca dell'abilità di ridurre sufficientemente l'aumento demografico - potrebbe sembrare che la salvezza si trovi nella tendenza all'uccisione del vicino. L'istituzione tipicamente umana della guerra, con il relativo massacro di umanoidi, sembrerebbe contenere una base per l'auspicabile controllo della popolazione - così è, se non portentosamente contrastato, poiché non vi è cultura umana in cui le femmine giovani partecipino alla guerra. Quindi, persino una grande diminuzione di popolazione come conseguenza della guerra interessa soltanto i maschi, e dura per un periodo veramente ristretto in una generazione. La generazione successiva è più forte, e per la legge naturale del "boom delle nascite" è persino più numerosa, mentre le femmine sono fecondate da un numero ristretto di maschi. In realtà, l'evoluzione della guerra, poichè difettosa, è stata ancor più negativa: nelle fasi iniziali del suo sviluppo vi erano molte guerre di un tipo che spazzavano via un moderato numero di civili. Ma per una tragicomica contorsione dell'umano destino, al punto stesso in cui l'istituzione della guerra è sembrata capace di portarsi via quantità significative di donne fertili - come preannunciato dai bombardamenti di civili nella seconda guerra mondiale - la tecnologia militare è avanzata in modo tale che le guerre in larga scala, quelle con la capacità di provocare un sostanziale impatto demografico, sono divenute impossibili.

lunedì 6 ottobre 2008

Le sei regole del Cuib - Codreanu



Le sei regole del CUIB

1) La legge della disciplina: sii legionario disciplinato, perchè solo in questo modo sarai vittorioso. Segui il tuo capo nella buona e nella cattiva sorte.
2) La legge del lavoro: lavora. Lavora ogni giorno. Lavora con amore. Ricompensa del lavoro ti sia non il guadagno, ma la soddisfazione di aver posto un mattone per la gloria della Legione e per il fiorire della Romania.
3) La legge del silenzio: parla poco. Parla quando occorre. Di' quanto occorre. La tua oratoria è l'oratoria dell'azione. Tu opera, lascia che siano gli altri a parlare.
4) La legge dell'educazione: devi diventare un altro. Un eroe. La tua scuola, compila tutta nel Cuib. Conosci bene la Legione.
5) La legge dell'aiuto reciproco: aiuta il tuo fratello a cui è successa una disgrazia. Non abbandonarlo.
6) La legge dell'onore: percorri soltanto le vie indicate dall'onore. Lotta e non essere mai vile. Lascia agli altri le vie dell'infamia: Piuttosto che vincere per mezzo di un'infamia, meglio cadere lottando sulla strada dell'onore".

Tratto da: "La guardia di Ferro" - Codreanu

venerdì 19 settembre 2008

Sangue e suolo - R. Walther Darre



Sangue e Suolo

Il binomio di sangue e di suolo si connette a quanto, nella tradizione occidentale, ebbe senso di fedeltà alle origini, chiarezza, semplicità, compostezza e purità incontaminata.

I valori del sangue e del suolo rivestirono un'importanza fondamentale nell'Eliade luminosa dei Dori, nella Roma primordiale dei patres e in quella guerriera e rurale del periodo repubblicano, nell'ordinamento feudale del Sacro Romano Impero.
Concepito come simbolo di una realtà corporea che è stata rimossa dalla sua «naturalità» ed è divenuta — in una unità assoluta di spirito, anima e corpo — espressione Vivente dell'elemento spirituale, il sangue veniva inteso come il veicolo di influenze superiori: ad esso corrispose — nell'ambito dello Stato — il ceto aristocratico quale vertice e guida politica.
Riserva e « fonte di vita » (per usare l'espressione del Darrè) dell'aristocrazia fu il contadinate fedele alla terra e radicato nel suolo: esso costituiva la base sociale ed economica dello Stato.

In alternativa al tipo d'uomo indifferenziato, apolide, sradicato democratico e meticcio che caratterizza l'epoca borghese, le parole d'ordine sague e suolo rappresentano dunque le condizioni imprescindibili per un'autentica « restaurazione dell'umano ».


PREMESSA
La presente opera è la logica conseguenza dei principi fondamentali esposti nel mio libro: Il Contadinato, fonte vitale della Razza Nordica, e mi propongo di fornire qui degli orientamenti per questo « Impero Tedesco dei Tedeschi » verso il quale tendono tutti gli sforzi del III Reich.

Certi si stupiranno di vedermi studiare degli orientamenti per una Aristocrazia terriera e non per la massa dei contadini, ma se esiste nella parola Nobiltà una differenza di rango tra il ceto nobiliare ed il contadinate, entrambi erano incorporati, nel vero senso germanico della parola, dai Germani nel medesimo ceto terriero, pur con doveri diversi — per cui non esiste tra di loro alcuna differenza di fondo.
Questo libro ha come scopo essenziale quello di mettere in luce tale identità, e soprattutto di dimostrare che la distinzione tra Nobili e Contadinato, così come si ricava dalla storia della Germania a partire dal Medio Evo, è profondamente non germanica e di conseguenza profondamente non tedesca.

Il barone Borries von Munehhausen, con un'idea molto chiara dell' anima tedesca, ha sentito perfettamente che cos'è la nostra Nobiltà, o almeno che cosa dovrebbe essere; e l'ha esposto nei versi seguenti:

CHE COSA SIAMO!
Nati per l'elmo e lo scudo,
Per essere la sicurezza del Paese,
Per essere Ufficali del Re,
Fedeli ai nostri antichi costumi
In mezzo ai nostri contadini:
Ecco che cosa siamo!
Coltiviamo le nostre terre,
Preserviamo le nostre foreste
Per i nostri figli ed i nostri nipoti.
Ridete pure degli antenati!
Essi sono i custodi dei soli beni
Che il denaro non vi può dare.
In mezzo ai traffici e alle mercature
Noi restiamo in piedi, a testa alta,
Da cavalieri incorruttibili.
Con la nostra tranquilla potenza
Conserveremo al nostro Suolo quello che ha di più prezioso:
La forza contadina tedesca.


Definita così la Nobiltà — non come ceto dirigente superiore al Contadinato, ma come un ceto di identica origine che assume, per effetto del comando, oneri e doveri patricolari —, è chiaro che per il bene del Contadinato tedesco dovevo prima considerare la questione dei suoi capi. Capi in grado di assicurare al nostro Contadinato il suo posto nella Nazione, posto che gli è dovuto in virtù del suo duplice compito: nutrire il popolo col sudore della sua fronte e mantenere la purezza del sangue tedesco.

Fino a questo punto può sembrare che la formazione di una nuova Nobiltà rappresenti, per così dire, soltanto la questione di fondare una casta nel quadro delle attività agricole- Ma come i contadini sono la fonte essenziale e primordiale del rinnovamento del sangue del popolo, così l'Aristocrazia, in quanto emanazione dell'elite del contadinate e formante un solo corpo con questo, è destinata — per chi intende il senso germanico delle parole: Contadinate, Popolo, Nobiltà — a dispensare al Popolo intero il frutto naturale della sua azione di comando.
Questo libro è lo schizzo di un progetto ispirato a questo spirito: fondere in un blocco unico la triade: Popolo, Contadinate e Nobiltà. Io mi sono sforzate di formarlo e modellarlo al fine di realizzare un tutto omogeneo. Inoltre ho obbedito a diverse altre considerazioni suggestive: l'idea di ricorrere ad una nuova aristocrazia è oggi più diffusa di quanto si potrebbe credere, nelle attuali condizioni della Germania. Tali concetti si basano specialmente sul nuovo favore che incontra la dottrina dell'ereditarietà e sulla sorprendente rifioritura dell'idea di razza. Ovunque si vedono sorgere piani e progetti per la costituzione di una nuova aristocrazia dirigente — o, altrimenti, per una modifica radicale dell'antica. Da quello che se ne può giudicare, il punto debole di tutti questi piani è la mancanza di una definizione rigorosa dei doveri della nobiltà. Tale argomento viene in genere affrontato solo in maniera unilaterale, il che rende impossibile ogni soluzione funzionale, per quanto siano intelligenti e feconde alcune delle idee proposte.

Questo stato di cose mi ha indotto a riunire infine gli elementi da adottare per la restaurazione di questa nobiltà, e suscitare soprattutto uno sguardo d'insieme della questione, da cui si possa trarre un progetto fondamentale. Io ho mirato ad includervi sia il piano di ricostruzione della Nobiltà tedesca, sia l'aspetto dominante della nozione di Dovere, in maniera da giudicare con chiarezza, sul terreno delle realizzazioni possibili, senza cadere nei voli d'Icaro o nei castelli in aria.

Mi rendo perfettamente conto che le idee che espongo sarebbe impossibile realizzarle senza il ristabilimento della libertà e dell'indipendenza dello Stato tedesco. E' evidente di per sé, ma ci tengo ad 'insistere su questo punto per sottolineare l'inutilità di ogni controversia a tale proposito. L'essenziale è prima di tutto di sapere se il nostro popolo vuole realizzare le soluzioni qui proposte, che d'altronde non rappresentano affatto, nel mio pensiero, una panacea universale. Una volta raggiunta l'intesa su questo punto, ci metteremo poi d'accordo per sapere come.
L'idea di questa opera mi è stata suggerita da una frase del compianto Hans Holfeder, Fùhrer degli Artamani: « Ce n'è da fare, per una nuova Nobiltà! »

Ringrazio il Professore Eichenauer per l'amabilità che ha avuto di rivedere e correggere il manoscritto.
Ringrazio ancora in maniera tutta particolare la famiglia Schultze-Naumburg per l'ospitalità generosa che mi ha dimostrato, permettendomi così di concepire e di realizzare questo libro.

Saaleck, primavera 1930- R. Walther Darre Ingegnere Agronomo e Ingegnere della Scuola Coloniale

sabato 23 agosto 2008

Essere in forma




Lo sport oggi viene concepito come un passatempo, un hobby. Bisognerebbe invece considerarlo, alla maniera degli antichi, come una preparazione alla guerra e al confronto cruento. Come uno sforzo fisico volto al miglioramento delle facoltà mentali e fisiche per una vita vigorosa e volitiva. La meravigliosa forza della mano armata che regge con sicura stabilità la spada, lo sguardo fisso al sole del giavellottista, l'attenzione millimetrica del culturista in panca piana. Cos'hanno questi in comune?
Più di quanto si pensi. Se si vive l'attività fisica col giusto spirito, allora la volontà e la perseveranza diventano delle forze in grado di dare una forma al corpo, di plasmarlo secondo un tipo che si ha di esso. I ventri cadenti, gli sguardi spenti e il colorito pallido sono i primi segni evidenti di una debolezza interiore, di un'incapacità e di un'indisciplina aberrante. Il borghese è oggi sempre più vicino alla informità del verme, mollo fuori e mollo dentro. Ernie e strappi muscolari procurati al solo sollevare una cassetta della frutta, e sopra tutto (o sotto...) una vita estenuata, il vivere per vivere, il "tirare a campare".
A tutto ciò si oppone l'uomo di milizia, nel suo attivismo costante e implacabile, nella sua autodisciplina ferrea e incessante, nel suo mettersi alla prova.
Essere in forma è un concetto abusato e che si associa oramai soltanto all'apparire effeminato tanto di moda. Ma Essere-in-forma significa avere una forma, cioè darsi una forma. Solo la disciplina fisica e la costanza nello sforzo ripagano e plasmano un corpo forte e vitale, pronto e reattivo. Un largo petto, spalle larghe e sguardo sveglio e diritto.
Coltivare il corpo come si fa con un albero venerando, costruire pietra su pietra il corpo come un tempio, abbellirlo e potenziarlo, prepararlo per una dignitosa esistenza vigorosa. Così si onora la stirpe, così si trasmette una "forma", o meglio, un tipo umano.

giovedì 17 luglio 2008

Il fronte è la città



Capita di sentire discorsi di chi esalta scene bucoliche di purezza incontaminata. Chi vive in motagna o in campagna è spesso privilegiato per il fatto di non trovarsi in contatto stretto e insidioso con la modernità ipertecnologica. Perciò chi vive in tali situazioni può condurre una vita in un modo talvolta considerato "più tradizionale", cioè meno contaminato dalle manie della città e dalla tecnologia. Si respira un'aria migliore e si vive con altri ritmi.
Chi non conosce i suoi monti e le tradizioni culturali della propria terra non ha passato né identità, ma l'isolamento non è necessariamente un segno di forza. E' fin troppo facile condurre uno stile di vita "altro" fintanto che ci si tiene fuori da una condizione che potrebbe invece metterci in crisi. Mettersi in gioco, sfidare la propria solidità è invece la vera forza affermativa.
L'isolamento di una vita autoreferenziale è suggestivo ma è conservativo e non attivo, testimonia uno stile di vita che non è più e non sarà probabilmente mai più. E non sarà mai più fintanto che per esso non si combatterà al fronte. E il fronte è la città, non il verde dei monti.
Inoltre cercare di affermare uno stile di vita alternativo a quello conformista attuale costringe a un costante contatto con difficoltà e insidie alle nostre certezze, difficoltà a cui chi si isola e vive altrove non è chiamato ad affrontare.
Ma una tradizione ,un'identità vive negli uomini, non nelle vuote parole e nelle torri d'avorio, perciò è nella lotta che un'affermazione trova la sua conferma e si può consolidare. E' nella massima difficoltà che la forza di volontà e costruzione si consolida, è al fronte che si forgia lo spirito solido e sicuro.
Nel kali yuga si possono raggiungere vette impossibile ad altre ere dice l'induismo.